• Feb
    25
    2013

Warner Music Group

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Non si esce vivi dagli anni ’80, soprattutto se sei stato parte di una delle band che quel decennio lo hanno, letteralmente, fatto. L’altra metà degli Smiths lo ha sempre saputo bene, altrimenti perché cercare a tutti i costi di dissimularsi, di essere qualcos’altro per tutto questo tempo? No, non poteva certo essere un caso se, tutte le volte – tantissime – che abbiamo visto spuntare il suo nome tra i credits di qualche disco (Electronic, The The, Modest Mouse, Cribs tanto per dire quelli che saltano più all’occhio) stentavi a riconoscere quella chitarra, cercavi affannosamente quella personalità finché ti persuadevi, ogni volta, che era persino inutile riporre qualsiasi speranza di ritrovarle. Tutto ciò laddove invece qualcun altro ha cercato disperatamente di ricreare da solo quella magia. E questo, immaginiamo, non avrà reso la questione più facile.

Insomma, ci sono voluti venticinque anni perché Johnny Marr tornasse ad essere Johnny Marr. Chiamatela, se vi va, una lenta, lentissima elaborazione del lutto; ché anche se la storia, si narra, finì con lui che sbatteva la porta, facile immaginare il prezzo da pagare per tale scelta.

Non vi stupisca la lettura psicanalitica che facciamo di questo The Messenger: è lo stessogodlike genius (onorificenza di cui lo insignisce per l’occasione NME) a confessare serenamente di aver voluto fare un disco a beneficio e consumo esclusivo dei suoi fan. Cioè dei fan degli Smiths. Finalmente. Senti European Me e la immagini su Meat Is Murder; parte I Want The Heartbeat e dici Sweet And Tender Hooligan, e poi cosa non è New Town Velocity se non There Is  A Light That Never Goes Out ripensata per i giorni nostri? E poi in Generate Generate riecco gli arpeggi, le trame, le stratificazioni, i suoni … senti la Jaguar, la Rickenbacker, la 335 … una cosa è certa: per i feticisti della chitarra marrianaquesto disco non può che essere il top. O, giusto per scoprire l’acqua calda: la cosa più vicina a un disco degli Smiths che potrete mai avere in mano.

Ovviamente, tutto ciò non può e non deve bastare. Che se è vero che le prime idee per questo disco sono germogliate in seguito alla rimasterizzazione del gloriosissimo catalogo da parte del Nostro (toh!) c’è – vivaddio – dell’altro. The Right Thing RightUpstarts, The Crack UpLockdown e Word Starts Attack sono esattamente il genere di riff e di schegge uptempo che Johnny ha suonato sui palchi di mezzo mondo insieme ai più giovani compari Modest Mouse e Cribs, laddove Say Demesne e la title track si avventurano nel campo della ballad senza sprofondare nel melenso. Non è poco, se consideriamo che è la prima volta in cui Marr si cimenta, da solo, nella scrittura (lo scialbo disco degli Healers del 2003 non conta, in quanto ennesima dissimulazione collettiva); pur restando nella sostanza un chitarrista prestato al songwriting e al canto – un po’ come Lee Ranaldo -, il suo tentativo di fare un disco brit-rock alla Paul Weller, Noel Gallagher o anche il recente Richard Hawley supera ogni aspettativa. Di gran lunga.

Johnny è vivo. Viva Johnny.

(P.S. sì, siamo riusciti a scrivere questa recensione senza nominare neanche una volta quel signore col ciuffo).

26 Febbraio 2013
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