Recensioni
Jonathan Entwistle
The End of the F***ing World - Stagione 2
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Nicola Rakdej
- 8 Dicembre 2019

Nella memorabile sequenza finale de I quattrocento colpi, il giovane Antoine Doinel esplorava l’ingresso nell’età adulta con un feroce gesto di ribellione. Una volta scappato dal severo riformatorio in cui la madre l’aveva spedito con noncuranza, il ragazzo aveva preso di corsa la via per il mare, sentendo finalmente il vento tra i capelli, la sabbia cedere sotto i suoi passi e l’odore del salmastro entrargli di prepotenza nelle narici. Ed è così che François Truffaut era riuscito a documentare il gioioso finire di un’infanzia incompresa, facendo inglobare il suo indimenticabile protagonista in un paesaggio incontaminato, metafora del mistero di una vita ancora da vivere.
Al termine della prima stagione di The End of the F***ing World, l’irrequieto James (Alex Lawther) aveva cercato di salvare dalla polizia la partner in crime Alyssa (Jessica Barden), prendendosi la colpa di ciò che era successo negli episodi precedenti: gli atti vandalici, i furti per gioco o per necessità, la disperata fuga in macchina, il voluto allontanamento dai familiari e l’uccisione dello stupratore/serial killer Clive Koch (Jonathan Aris). Mentre la ragazza veniva catturata dalle forze dell’ordine, lui scappava arrancando su una spiaggia fangosa; un colpo di pistola gettava un’ombra sulla stagione e sul destino di questi novelli Bonnie e Clyde (o Syd e Nancy). Diretto da Lucy Tcherniak, l’episodio metteva in scena l’unico modo che aveva per interrompere con piacevole spaesamento un viaggio on the road stravagante e nichilista, il cui fuoco si alimentava tra gli accordi di una loquace colonna sonora rock (grazie, Graham Coxon). Su quella spiaggia creata dalla bassa marea, e cambiata di significato rispetto a quella del manifesto della Nouvelle Vague, si affossavano le piccole speranze dei due protagonisti che avevano deciso di ribellarsi al sistema. Così il senso di morte che li aveva accompagnati sull’orlo del precipizio, si era palesato in una forma e in luogo precisi: se ne I quattrocento colpi l’ultima inquadratura era il primo piano di Antoine, The End of the F***ing World terminava sulla schiena di James e sullo schermo nero che ne squarciava l’adolescenza, impedendo poi allo spettatore di lasciare spazio all’immaginazione.
Per quanto sia improbabilissimo un effettivo paragone con uno dei capolavori intramontabili del cinema, al teen drama ideato da Jonathan Entwistle andava riconosciuto il pregio di osare, di spingersi verso l’inconsueto, di cercare una via alternativa a quello che Netflix continua a proporre. Sicuramente complice uno sguardo estetico e narrativo di stampo europeo (ed è per questo che ha più senso parlare del film di Truffaut piuttosto che di Gioventù bruciata di Nicholas Ray), il racconto di come James arriva ad innamorarsi di Alyssa, lui che l’aveva scelta come sua prima ipotetica vittima, riusciva a mantenersi in equilibrio (non sempre così solido) tra la fulminante scoperta e l’ostentazione della stessa, tra la ricerca del grottesco più awkward e il rimarcarlo boriosamente. E, probabilmente, tutto quello che c’era da dire era stato detto.
Spostando l’attenzione dalla “rivoluzione” alla “restaurazione”, dalla ribellione alla guarigione, la seconda stagione di The End of the F***ing World spegne l’indole punk e si affloscia dentro un processo di normalizzazione che non riesce a nascondere una profonda mancanza di idee. «Sposarsi da giovane è la cosa più ribelle che si possa fare oggi» dice fuoricampo Alyssa dopo essersi spinta ad un’improvvisa proposta di matrimonio per il suo nuovo e stupido ragazzo («è come un cane»), un po’ per dimenticare le disavventure con James un po’ per cercare qualcosa che continui a tenerla in vita. Ma ciò che viene detto per divertire e disorientare lo spettatore finisce per essere un’auto-condanna, dato che la riproposta dell’on the road per i due protagonisti (sì James in realtà è ancora vivo, “resuscitato” come in una soap-opera) assomiglia più ad un innocuo giro dell’isolato dove, per non abbandonare l’idea di un universo strano e ai confini della realtà, le persone altre mancano sempre di un cervello capace di ragionare (il commesso del market, della farmacia, del motel, dell’officina…). Il vero percorso della stagione non è tanto fisico quanto mentale, un’oscillazione continua tra sensi di colpa, traumi da superare, lasciare andare ciò che si è stati per accogliere quello che si potrebbe essere; tutto non senza una buona dose di confusione («Niente stava andando secondo i piani, ma non avevamo un piano»). Sarebbe potuta essere un’ottima occasione per trattare senza retorica e con grinta il complesso rapporto tra vittima e carnefice (quello che Alyssa aveva subito da Clive o, solo mentalmente, dallo stesso James), invece finisce per risolversi in una serie di pedanti battibecchi tra innamorati o di fulminee inquadrature-flashback che nella loro noiosa ripetizione perdono persino la capacità di scioccare.
Dopo uno stacco di due anni è comunque interessante ritrovare gli attori cresciuti, sebbene non si possa dire altrettanto dei loro personaggi. Mentre Lawther rimane l’elemento più forte della produzione, la Barden si arriccia nelle sue espressioni svogliate e nelle risposte troppo taglienti per risultare credibili. Per questo si è dimostrata necessaria l’introduzione di una terza protagonista, la vendicativa Bonnie (Naomi Ackie), a cui viene dedicato inspiegabilmente l’intero pilot e buona parte degli accadimenti della stagione. Così come James trasforma in un prolungamento del suo corpo l’urna con le ceneri del padre, la poverissima sotto-trama della new-entry (che si scopre essere l’ex amante di Clive) arriva a fondersi con i tentativi di Alyssa di uscire dai suoi incubi: nell’arco dei primi due episodi si va a ricostruire quell’ombra di morte che aleggia sulla serie fin dagli esordi, l’unica benzina che le è rimasta per rimanere un minimo interessante. «Il proiettile mi diede nuova vita, stranamente» confessa James dopo averne ricevuto uno col suo nome inciso sopra (mandato come avvertimento da Bonnie), ma gli ci vorrà molto per capire che il vero motore della sua vita è l’amore per Alyssa (da preda a dea).
Allora perché forzare l’idea di un sequel? Indipendentemente dalla risposta che si può trovare, dal curatissimo comparto fotografico o dalla fenomenale colonna sonora (Nancy Wilson, Billy Fury, Scott Walker, Fred Neil, The Contessas, Bob Dylan, The Shades, Sibylle Baier, Coxon…), è chiaro che che questa seconda stagione di The End of the F***ing World non aggiunga un quid alla precedente, anzi. Forse sarebbe stato meglio dividere tutta la storia in due parti più che in due stagioni, per integrare nello stesso arco narrativo “caduta” e “risalita” dei nostri antieroi (e così poteva acquistare un senso compiuto). Ma ideato in questo modo, il nuovo ciclo di episodi assume l’aspetto di un’appendice per l’utente Netflix in continua attesa del poi, una coda non necessaria che depotenzia quello che poteva essere un finale davvero soddisfacente.
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