Recensioni

Il debutto solista di Jónsi – non considerando l’esperienza in duo col partner Alex di pochi mesi fa – significa un affrancamento iper-pop rispetto alle ben più epiche lande Sigur Ròs. Co-prodotto assieme a Peter Katis (già al lavoro con gli Interpol), il disco si avvale degli arrangiamenti del genialoide Nico Muhly, le cui guizzanti trame orchestrali allestiscono assieme alla verve percussiva di Samuli Kosminen una coreografia sonora di palpiti assieme arcaici e futuristici, fremiti etnico/artici che schiudono visioni di un presente diverso e (forse) possibile, però talmente lontano per geografia e cultura da profilarsi come autentica realtà virtuale ai nostri occhi di mediterranei globalizzati.
Qui stanno i maggiori motivi di interesse di un disco che si affida a nove canzoni ahinoi poco incisive. Come dichiarato dallo stesso Jónsi, sono state composte nel corso degli anni parallelamente all’attività con la band. Ok, cosa dire: in tutta franchezza, sembrano versioni sbiadite di certe intuizioni ben più brillanti e intense che popolano gli album dei Sigur. Persino la voce sembra farsi un po’ il verso, per quanto ci sorprenda a cimentarsi con l’inglese in ben sette tracce. Non resta che sperare si tratti di una scappatella senza troppe conseguenze, a parte quelle commerciali che certamente arrideranno.
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