Recensioni

7.2

A volte bisogna lasciar sedimentare le cose, seminare e aspettare i frutti, non disperdere le energie ma concentrarle sui propri obiettivi: certamente ne sono stati capaci i JoyCut, che con questo nuovo album hanno ottenuto il giusto riconoscimento internazionale, testimoniato dalla produzione di Jason Howes (già al lavoro con Block Party e Arctic Monkeys) che in Ghost Trees Where To Disappear riesce a valorizzare le potenzialità della band donandole il manto sonoro più consono, proiettandola direttamente nel suo territorio di origine musicale: l’Inghilterra anni ’80.

Bastano infatti le prime note dell’opening strumentale 10 Pence per accorgersi di quali siano i loro riferimenti e di come i JoyCut amino tingere stratificazioni soniche di tradizione new wave con riflessi elettronici, virando spesso verso una solare melanconia pop à la Cure (lampante in Green Garden). Quando poi, attraverso il post rock di TTG e le cupe sonorità dissonanti di Deus, si arriva a The Fall sorge spontaneo il paragone con gli Arcade Fire e con tutti quegli elementi dei tardi anni ’80 – come Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs e The Wake – a cui tanta musica indipendente degli anni zero ha fatto riferimento.

In dieci anni di carriera i JoyCut hanno imparato a rimescolare bene questi elementi, quanto basta per creare un linguaggio sufficientemente personale e affinare una capacità compositiva riconoscibile. Ghost Trees Where To Disappear è il loro disco definitivo.

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