• feb
    08
    2019

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Sacred Bones

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Un regista come Jim Jarmusch non poteva che finire a incidere per una tenebrosa etichetta di culto come Sacred Bones, che ha del resto nel suo roster nomi come John Carpenter e David Lynch, da solo o nella Thought Gang condivisa con il maestro Angelo Badalamenti. Jarmusch, da parte sua, attivo in varie band sin dalla fine degli anni 70, alterna le pubblicazioni tra quelle realizzate con la sua formazione blues noise SQÜRL – l’ultima è stata in tal senso il non imprescindibile EP #260 – e quelle co-firmate assieme al compositore olandese Jozef Van Wissem, al terzo album da solista lo scorso anno con il più che apprezzabile dark folk di Nobody Living Can Ever Make Me Turn Back. Il rapporto fra i due risale al 2006, quando la loro amicizia si innescò per le strade newyorkesi, e ha fruttato tre/quattro dischi, dei quali il nuovo An Attempt To Draw Aside The Veil è appunto il secondo per la label statunitense, a seguire  The Mystery Of Heaven del 2012, che includeva al suo interno contributi vocali di Tilda SwintonSinora i frutti più celebri della loro collaborazione sono stati probabilmente quelli blues rock messi sul piatto dei decadenti, romantici succhiasangue del nuovo millennio nel memorabile film Only Lovers Left Alive diretto dallo stesso Jarmusch, del 2013, dove recitava la medesima Swinton – sempre divina, ma meglio vampira che strega… – a rinsaldare il filo di ogni affinità elettiva.

Registrato fra New York, Varsavia, Rotterdam e Parigi, con il master di Josh Bonati, An Attempt To Draw Aside The Veil si rifà ai versi del Corano «Whoever is blind in this world, will be blind in the hereafter». Come per il suo predecessore, il lavoro prende spunto dalla teologia di William Blake ed Emanuel Swedenborg, oltre che per la prima volta dall’opera dell’occultista e filosofa russa Helena Blavatsky, per quanto la narrazione verbale avvenga prevalentemente attraverso i titoli dei brani, strumentali in sei casi su sette. Tra abissi di cupezza e squarci di eterea speranza, tra il mistero dell’ignoto e la consapevolezza, tra dannazione e misticismo, morte e vita (ultraterrena) affrontate con quella spiritualità inquieta che è propria dell’essere umano (e di colleghi come i nostri Father Murphy, aggiungeremmo).

Gli intrecci sonori procedono con approccio minimale e intimista, ma non per questo meno cinematico e visionario, per mezzo di chitarre elettriche (l’iniziale, lunga, dronistica e twinpeaksiana Concerning The White Horse) così come acustiche affidate soprattutto a Jarmusch, di sintetizzatori, beat ed elettronica (la concisa e programmatica Dark Matter) e del peculiare liuto barocco di Van Wissem (Final Initiation). Il senso di smarrimento dell’intrigante, sinistra Lost Continent si bilancia con le schiarite di The Unclouded Day e con le possibilità melodiche offerte da The Two Paths, accompagnata da un clip girato nel deserto da Jules Guerin. Jarmusch in persona ha dichiarato che il disco in questione è «un’altra avventura con Jozef nel regno delle corde vibranti e delle oniriche trame musicali dell’oscurità e della luce».

La chiusura del sipario (o il sollevamento di quel velo che preclude l’ampiezza degli orizzonti) avviene però sull’onda impetuosa dei feedback e delle uniche parole pronunciate da Van Wissem in When The Sun Rises Do You Not See A Round Disc Of Fire. A ricordarci che, fra questi solchi, non si materializza mai una reale pacificazione, un passaggio didattico dal buio all’illuminazione. Piuttosto, va continuamente in scena il tentativo di guardare, e dunque sentire, “oltre”. Come se fosse più importante l’eventuale passaggio di stato, rispetto allo stato in sé. An Attempt To Draw Aside The Veil poggia sulle due facce complementari della stessa medaglia, quella di una partnership artistica benedetta dal fato a dispetto dei differenti background, restando in costante tensione fra le dissonanze di Jarmusch e gli accordi circolari di Van Wissem, o per meglio dire fra la terra e il cielo.

7 Febbraio 2019
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