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7.8

Dopo numerosi passaggi incrociati per collaborazioni che, dietro le quinte, si sono dilazionate per circa vent’anni, due dei più grandi maestri techno di sempre si trovano ora per la prima volta ad affrontare l’uscita di un disco a nome di entrambi e gestito a quattro mani. Di Detroit Atkins e di Berlino von Oswald, l’uno e l’altro mentori della prima ora dei rispettivi sound cittadini e ognuno rigorosamente determinante nei processi di fondazione ed evoluzione della techno primigenia tutta, si muovono stavolta verso una conciliazione tra elementi pur non evidentemente antitetici, ma comunque mai così specchiati da vicino (Craig e von Oswald, a loro tempo, fecero un’operazione un po’ diversa). In questo senso l’album stesso diventa un interessante banco di prova per riflettere su un genere che, pur iniziando ad annoverare militanze pluriennali e ad essere pertanto non più l’ultima delle novità in ordine di tempo, potrebbe tuttavia avere ancora molto da dire anche ai pubblici più trasversali.

Rispettando le similitudini e le differenze tra i due ecosistemi con un lavoro votato alla causa comune, Atkins e von Oswald sviluppano in Borderland un linguaggio terzo che pare essere concrezione ulteriore della dialettica in atto, più che giustapposizione dei due punti di partenza. Non è cosa difficile ricondurre i passaggi più jazzy al primo e le scure rotondità dub al secondo, tuttavia è evidente la prospettiva comune della costruzione di un lavoro che sia puntuale nell’intercettare l’attimo in cui sperimentazione e club music si incontrano.

Otto sequenze o movimenti (un brano, Electric Garden suona in più versioni alternative, secondo mixaggi differenti) registrate a Berlino, a coronare una collaborazione pluridecennale che si risolve per la sintesi. Ne emerge uno specifico programma sonoro crocevia tra dancefloor elevato e cultura conservatoriale, determinato da precise scelte foniche e produttive che spingano al meglio le possibilità del progetto, senza violarne né trascurarne alcun aspetto. Footprints è un brano dagli accenti irresistibili e direzionato da un hi-hat ritmicamente inarrestabile (e poi riproposto similmente verso la fine del disco in Digital Forest), senza per questo perdere niente in termini di cura maniacale per il suono, dove profondità e spessore sono perfettamente calibrati per il rispetto dei canoni dell’ascolto alto. Ne risulta così, contemporaneamente, musica ballabile e di ricerca.

Monolitico, anche se con leggiadria, il disco (le otto sequenze hanno in pratica gli stessi suoni, cosa anomala in contesti elettronici) non manca, anche nei momenti di escursione, (come potrebbe essere il lounge di Mars Garden) di porsi all’inseguimento preciso degli stessi identici assiomi di produzione e ascolto. Borderland è un raro esempio di pulizia ed eleganza su tutta la linea: alla produzione impeccabile da un punto di vista tecnico, si aggiunge una chiarezza sofisticata a livello stilistico che determina la molteplicità dei livelli di lettura.

Il disco esce per Tresor, label del notissimo locale berlinese riaperto in tempi recenti (2007) e, almeno apparentemente, destinato ad una nuova giovinezza.

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