• Ago
    20
    2013

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Domino

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I locali della Belle Époque erano un trionfo di specchi. Creavano illusioni di spazi(o), determinavano giochi di luci e riflessi, ed erano un elemento caratteristico dell’architettura Liberty del tempo. Il più celebre tra essi forse è il Maxim’s di Parigi, dove nel musical omonimo del 1958 una Gigi poco più che ragazza fa il suo debutto in società al fianco dello “zio” Gaston, sotto lo sguardo indagatore di tutti i presenti. Che cosa sentisse il cuore di quella giovanetta della Belle Époque mentre il brusio si fermava per meglio osservare, per non perdere il dettaglio rivelatore, è uno dei varchi d’ingresso che Julia Holter ha scelto per indagare la città, metafora della società e delle relazioni umane, in un gioco di specchi continuo tra oggi, ieri (gli anni Cinquanta dell’amato musical diretto per il grande schermo da Vincent Minnelli) e l’altro ieri (la Belle Époque riflessa negli specchi dei caffè). Solo qualche anno fa il tessuto social, contrapposto a quello sociale, non lo avremmo definito “rumoroso”, come invece si sente spinta a fare la giovane autrice californiana oggi.

Gigi/Julia è il personaggio che fin dal 2011, epoca di transizione tra l’esordio Tragedy e il sophomore Ekstasis, ha preteso lo spazio. Una canzone sarebbe stata una limitazione alle possibili esplorazioni dell’immaginario estetico che ne scaturiva. Così eccoci a un’intero album pensato attorno alla Gigi/Julia che attraversa la città, che nel caso specifico è una Los Angeles tempio del cinema hollywoodiano, mai così adatta a riflettere la Parigi di fin de siècle. Fossimo negli anni Settanta avremmo già parlato di concept-album, ma siano oltre la frammentazione del post moderno (moltiplicata dagli specchi), per cui ci limitiamo a usare le parole della stessa Julia, che ha definito Loud City Songs “un insieme coerente di canzoni e non già una raccolta di brani”.

World, in apertura, proietta tutto il materiale sonoro successivo esattamente in quella dimensione di sospensione che determina la scena del musical al Maxim’s, quella tumultuosa indagine dei sentimenti interiori così diversi dalla calma esteriore che la giovane Gigi contrappone allo sguardo dei galletti parigini. L’avessero girata oggi, quella scena, sarebbe un ralenti muto commentato musicalmente da una canzone fatta di pochi vocalizzi e qualche synth in un vuoto assordante. Rispetto allo scorso anno, Julia Holter ha potuto contare su di un vero studio di registrazione, con musicisti in carne ed ossa pronti a concretizzare i suoi desideri. Una situazione che ha reso possibile il bozzetto vaudeville/jazz sghembo che piacerà ai fratelli Friedberger e che è stato scelto anche come singolo (In The Green Wild) o la forza materica degli echi bristoliani (sponda Portishead) di Horns Surrunding Me e Hello Stranger. Tutto il disco è caratterizzato da una componente teatrale/cinematogafica non secondaria, così forte da far venire in mente altre giovanette dai sentimenti caotici che hanno calcato i palchi e sono apparse sullo schermo: dalla Audrey Hepburn protagonista di My Fair Lady (guarda caso musicata per Broadway e Hollywood dagli stessi autori di Gigi) all’ambigua oca giuliva Marilyn Monroe, che potrebbe addirittura sembrare un prototipo delle conseguenze della conversazione pubblica sulla sfera privata.

Spesso paragonata a Laurie Anderson per la sua capacità di tenere insieme sonorità colte e declinazioni pop, in realtà Julia Holter si rivela con questo disco più un’animale istintuale puramente estetico. Un’estetica, ben inteso, tanto a fuoco che nei suoi giochi di specchi e nelle sue stratificazioni infinite è più pregnante di quanto a un primo ascolto non si potrebbe pensare. Loud City Song è un disco modellato sapientemente, coerente, dai contenuti mai banali, che ha il pregio di mostrare ancora una volta gli immensi spazi che il pop può ancora esplorare. Ma per farlo, il musicista – narciso – deve prendere le distanze dallo specchio in cui si ammira e far entrare nell’immagine anche il contesto, l’ambiente e la vita.

18 Agosto 2013
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