Recensioni

Se si è scomodata la Leaf (in roster, tra i tanti, anche il Murcof di Cosmos) per pubblicare il terzo disco della canadese Julia Kent un motivo ci sarà. Certo è che Character rappresenta, rispetto ai precedenti Delay e Green And Grey, un po’ la consacrazione di uno stile e la dimostrazione di una maturità compositiva giunta infine a compimento.
La sostanza del discorso è sempre il violoncello della Antony And The Johnsons, in un multi-layering campionato che mescola contributi ritmici e fraseggi ottenuti percuotendo, pizzicando e suonando con l’archetto lo strumento. Tutto rimane nei limiti dell’indagine introspettiva frutto di una sensibilità già messa in mostra in passato, quando ci si interessava alla transitorietà dell’essere umano in un esordio che intitolava ogni brano a un aeroporto o al rapporto tra suoni organici e sintetici nel disco successivo. In Character tuttavia, gli stimoli si mescolano e vanno oltre. Ne esce una musica più fluida, personale e credibile, come se la didattica classica legata allo strumento avesse lasciato il posto a una tensione emotiva che, non solo non teme i picchi improvvisi, ma li cerca coscientemente. E’ il caso delle inquietudini ambientali di una Kingdom che gioca con gli echo e i suoni gravi o magari dei saliscendi fluttuanti di una magnetica Tourbillon (di nome e di fatto).
Il droning lentissimo nell’iniziale Ebb, i pizzicati che si inseguono in Transportation contrastando certe malinconie soffuse di stampo accademico, i crescendo minimal-marziali su contributi sintetici di Intent: la Kent di Character tende costantemente all’azzardo pur con tutti i limiti formali auto-imposti, suonando creativa e avventurosa anche quando si tratta di stemperare le tensioni nella conclusiva Nina And Oscar. Per un disco che rappresenta in assoluto il passo più sicuro fatto fino ad ora dalla musicista di stanza a New York.
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