Recensioni

7.3

Cope l’aspirante pop-star (Beautiful Love), Cope il santone del folk lisergico (Pristeen), Cope l’autore di ballate crepuscolari (Promised Land), Cope il bluesman tamarro e in acido (Safesurfer), Cope il Velvet Underground mancato (Drive She Said), Cope il Morphine inglese (You…), Cope il rocker pantaloni in pelle e stivali (Hanging Out And Hang Up On The Line) ma soprattutto Cope e il funk. Peggy Suicide ne è impregnato fino al midollo, in brani come East Easy Rider (ortodosso), If You Loved Me At All (minimale), Soldier Blue (tribale), Not Raving But Drawning (psichedelico) e chi più ne ha più ne metta. Una boccata d’ossigeno che arriva dopo un trittico di dischi per lo meno discutibile, costituito dallo scialbo My Nation Underground, dall’acustico Skellington e dal dispersivo Droolian. In un momento in cui l’ex Teardrop Explodes ha decisamente bisogno di ritrovarsi.

Peggy Suicide è l’opera giusta, un buon viatico per i Novanta appena cominciati e un modo per rimettere a posto le idee. Diciotto brani in cui il Nostro recupera la vena creativa messa in mostra fin dagli esordi di World Shut Your Mouth e Fried cedendo all’inventiva, lasciandosi trasportare da un mix di follia incontrollata e abuso di droghe, mescolando generi e appartenenze. Ne nasce un concept sul rapporto uomo–natura (ma non solo) dai risvolti sorprendenti, un disco che certo non raggiunge le vette dei primi due episodi solisti ma ribadisce comunque la statura artistica di un musicista enciclopedico e perso nelle sue elucubrazioni.

Nella ristampa deluxe uscita a ottobre trovate il cd originale più un secondo cd che raccoglie singoli, remixes, e b-sides: materiale che, a essere sinceri, poco aggiunge all’economia del disco originale.

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