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La parola è: resistenza. La trovate incisa sul retro di ogni film di Julian Schnabel. Se inBasquiat un pittore sfidava le convenzioni sociali e l’abisso dorato del mercato dell’arte, e in Prima che sia notte un poeta lottava contro la dittatura, ecco ne Lo scafandro e la farfallaun giornalista resistere al suo corpo in disfacimento e alla morte che preme da ogni lato. Non è un caso che i protagonisti di questi film siano personaggi rari, fuori dal comune, una miscela segreta di istinto e genio – ordigni che mandano in pezzi regole e senso comune, aprendo scenari di bellezza inattesa. Schnabel stesso, prima di essere un regista, è un pittore. Dagli anni ’70 esplode e ricompone il mondo occidentale sulle sue tele enormi.

Ma qui, nel suo ultimo lavoro, Schnabel si supera. Ed infatti a Cannes sono fioccati gli applausi e non gli è mancato il Premio per la Miglior Regia. Del resto, si intuisce la sfida dietro questo film, lo sforzo per rendere viva ed evocativa la materia più anticinematografica mai esistita: un corpo steso nel suo letto d’ospedale senza la possibilità di muoversi. Perché è tutta qui, la storia. Perché non c’è altro che Jean-Dominique Bauby, ex capo redattore di Elle France, colpito da un ictus e paralizzato per sempre, un minerale più che una forma umana, se non fosse per la palpebra sinistra, che schiude e spegne il mondo, che riordina e spalanca la realtà per intermittenze. 

La cosa interessante, del tutto coinvolgente, è il modo attraverso cui Bauby comunica con il mondo esterno. Una dottoressa gli sillaba davanti le lettere dell’alfabeto, e lui sceglie quella giusta serrando e riaprendo l’occhio. Bisogna immaginare questa operazione ripetuta nvolte. Bisogna immaginare questa operazione portata talmente all’estremo delle sue possibilità che alla fine, dieci giorni prima di morire, Bauby riesce a dare alle stampe un libro con la vera storia della sua vita – la storia dello scafandro inservibile del suo corpo e della farfalla potentissima della sua immaginazione.

Così, Bauby è un occhio che scrive. Un occhio che inquadra i set della realtà. Un occhio che monta le immagini del mondo sbattendo la palpebra. Un occhio che aprendosi dà avvio alla narrazione del mondo come se fosse un ciak. Non ci sorprende, allora, vedere in Bauby l’incarnazione del Cinema. Non ci sorprende leggere in questo film l’idea che il cinema non sia solo un’industria, un’arte, una tecnica di racconto per immagini, un dispositivo, ma anche un modo umano – profondamente legato all’umanità – di conoscere e sentire la realtà, di inquadrare e percepire le cose, di frammentare e poi riordinare l’esperienza della nostra vita.

Schnabel mostra tutto questo senza dirlo mai, anche se dissemina indizi qua e là, e lascia che questa idea scivoli tra le pieghe di una storia che in altre mani poteva diventare un ricatto, una coercizione dei nostri sentimenti, ed invece non ci cattura, ma ci convoca, come se fosse la nostra palpebra ad ordire l’intelaiatura visibile di questa storia. Bauby è lo sguardo in soggettiva sul mondo da cui tutti noi passiamo. Bauby è il cinema, ed il cinema siamo noi.

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