Recensioni

6.3

Che signora, che pacatezza, quanta morigeratezza nel fingerpicking di Julie Byrne. Tra gli “eccessi” puerili di una Miley Cyrus e canzoni infinite quanto la saga di Heimat (Edgar Reitz) di Beyoncé (che non c’entrano nulla con Julie), quello di cui avevamo bisogno, forse, era un album che non c’impegnasse molto e che al contempo ci facesse sentire tutti più calmi senza dover ricorrere a una notevole scorta di benzodiazepine. Not Even Happiness è il quaalude che si trasmuta in musica, 9 tracce che scorrono lisce e che ci avvolgono come un cielo terso.

Nei suoi momenti peggiori, Julie è il riflesso di Sarah McLachlan (Follow my voice). Nei momenti migliori (Natural Blue) scaturisce un’immaginario da sogno celtico, folk, delicato, rarefatto come una vita liquida che possiamo solo immaginare. E io me la figuro proprio bene la Byrne mentre, appollaiata su una bellissima voce e sulla chitarra, dedica versi senza musica alla luna. Ogni canzone è un tessuto: la ragazza di Buffalo intreccia melodie (Morning Dove) che rincorrono la tradizione di Joni Mitchell ma senza averne la tempra e, a essere brutalmente onesti, neanche la passione. L’influenza di Agnes Obel (All the Land Glimmered Beneath) spunta qua e là (Sea as it Glides); quello che rimane un continente sommerso, purtroppo, è il sogno alla fine dell’incantesimo che la voce della Bryne lancia su tutti noi. In tutto l’album, in un limbo ambient pop e chamber folk, c’è la promessa di un qualcosa che effettivamente non arriva mai.

Assente dai tempi della compilation Rooms With Walls and Windows, in questo nuovo disco Julie rimane impassibile, gelida (non muta), e confeziona un prodotto quasi pregevole, ma pur sempre un “prodotto”. Julie Byrne anche, e soprattutto, nei testi, sviscera una certa solitudine esistenziale, ma senza crederci troppo. La sua pena sembra dolce, eppure rimane una certa lucidità vocale che non esterna nemmeno un barlume di commovente vulnerabilità.

 

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