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7.2

Sembra di vederla, con gli occhi spenti immersa nei suoi pensieri a scrutare l’orizzonte dalla finestra durante una piovosa giornata autunnale. L’ambiente circondante potrebbe essere quello immortalato nello splendido A Ghost Story di David Lowery. Julien Baker riesce come pochi altri a riporre in musica – in modo così vivido – il suo stato d’animo.

Sono passati appena due anni dall’ottimo Sprained Ankle, uno degli esordi cantautorali più importanti degli ultimi tempi pubblicato via 6131, piccola etichetta californiana famosa principalmente per aver seguito gli esordi dei Joy Manor e dei Touché Amoré (proprio dodici mesi fa la Nostra ha collaborato con la band di Jeremy Bolm prestando la voce nel brano Skyscraper contenuto nel toccante Stage Four). All’epoca non aveva ancora vent’anni ma era già capace di scrivere con quella consapevolezza e quella maturità di chi ha già vissuto più di quanto possa indicare la data di nascita sulla carta di identità (le tematiche cardine erano depressione, malattia mentale e dipendenza dalle droghe).

Anticipato ad inizio anno da due gioiellini come Funeral Pyre e Distant Solar Systems (purtroppo poi non inclusi nella tracklist finale), il secondo album Turn Out the Lights (pubblicato dalla Matador) ha le carte in regola per traghettare l’americana dallo status di icona di culto del giro Bandcamp a nome di rilievo del panorama indie a stelle e strisce. Dalla sua ha un impianto strumentale e produttivo più ampio: rispetto a Sprained Ankle gli arrangiamenti sono più puliti e al contempo epici (talvolta si sfiora la maestosità del post-rock) con un sempre più importante utilizzo del piano, un prezioso violino (suonato da Camille Faulkner) e gli amici Matthew Gilliam (con lei già nei Forrister) e Cameron Boucher (Sorority Noise e Old Gray) ad accompagnare Julien lungo un percorso che alterna docili momenti sussurrati ad aperture fragorose da sing-along con il cuore in mano, in continuo saliscendi di climax emozionali figli di una drammaticità che si fa lieve prima e imponente poi.

La voce si è fatta incredibilmente cristallina senza aver perso quell’intensità che contraddistingueva le prime composizioni e, soprattutto, l’autenticità della proposta sembra essere rimasta assolutamente intatta con punti di riferimento – lo spleen interiore, il dialogo religioso tipicamente cristiano e una certa dose di disperazione – che sono difficili da estirpare, talmente sono ormai parte integrante dell’indole e della storia personale della Baker. Registrato negli sfarzosi Ardent Studios della natia Memphis, Turn Out the Lights è ancora una volta un album dal taglio personale ma, rispetto all’esordio, ha un respiro molto più universale, con sporadiche aperture a una vaga speranza, o quantomeno ad una falsa speranza («Maybe it’s all gonna turn out all right. And I know that it’s not, but I have to believe that it is», si canta in Appointments).

Gli sfoghi dimessi di Julien scorrono lungo undici passaggi che uniscono la vena cantautorale delle nuove dive dell’indie americano, tappeti atmosferici (strumentalmente non siamo distanti dai Daughter) e situazioni slowcore che dialogano con i retaggi emo del passato. Sour Breath («free from the weight of my dirt poor health»), la title track («Can you help me? I just wanted to go to sleep»), Televangelist («Do I turn into light if I burn alive» e ancora «My heart is gonna eat itself, I don’t need anybody’s help It’s just me, the vacant and nobody else») e Happy to Be Here («Then why, then why, then why God why not me?») sono sad-songs praticamente inattaccabili.

Siccome ci piace trovare anche il pelo nell’uovo, dobbiamo ammettere che questa versione meno grezza della Baker in alcuni frangenti lascia intravvedere scenari futuri potenzialmente deludenti, specie in brani che per struttura e pathos potrebbero fare da colonna sonora dei momenti catartici e più struggenti nelle più classiche delle serie tv post-adolescenziali. Ecco, se c’è una cosa a cui non vorremmo assistere è proprio questa: Julien non deve diventare un nome di questo tipo (magari coverizzata chitarra e voce in modalità strappalacrime in un qualche venturo X Factor), Julien è molto di più, e un confessionale come Turn Out the Lights ne è la prova tangibile.

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