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«Cinema lies, sport doesn’t». Parte da questa celebre affermazione di Jean-Luc Godard lo studio concettuale su arte, cinema, tennis e vita condotto da Julien Faraut. Un’indagine quasi scientifica volta principalmente ad accostare le due categorie – cinema e sport – e metterne in risalto tanto le similitudini quanto le sostanziali differenze in grado di rendere affascinanti ora l’una ora l’altra disciplina. Si procede per gradi: Faraut prende spunto da Serge Daney, primo punto di contatto tra i due mondi, un critico cinematografico dei prestigiosi Cahiers du cinema che passa al quotidiano Libération per scrivere di sport (quasi un tradimento!); si passa al monumentale lavoro di Gil de Kermadec, tennista e cineasta che ha dedicato l’intera vita allo studio del tennis, a quello che accade prima, durante e dopo una partita, quest’ultima vista come un vero e proprio palcoscenico per un’esibizione oltre che come terreno di scontro agonistico; si arriva, dunque, alla figura carismatica, eccentrica e magnetica di John McEnroe, ultimo punto di contatto, la personificazione stessa di quella riproduzione magica che il cinema attua continuamente.
Il cinema ha il potere di alterare il tempo, così come McEnroe. Ogni sua mossa, ogni suo movimento del corpo, ogni suo colpo con la racchetta è volto principalmente a dilatare o accorciare il tempo della battuta, stordendo i suoi avversari. La sua dedizione è volta esclusivamente alla ricerca della perfezione, la perfezione in ogni elemento che lo circonda non è solo ricercata, è pretesa (come dimostrano gli accesi scambi verbali con i vari arbitri e avversari). E che cos’è il cinema, se non la continua ricerca di una perfezione inesistente in natura, il dono soprannaturale di moltiplicare il singolo evento o gesto all’infinito?.
Attraverso L’impero della perfezione, Faraut assembla così il suo campo da gioco (la finale al Roland Garros del 1984), con il suo autore/regista, Gil de Kermadec, e il suo protagonista assoluto, McEnroe, e intreccia perfino sottotrame gustose (i battibecchi con gli arbitri) e sottotesti psicologici fondamentali (il conflitto con la figura genitoriale). Tra campi e controcampi rende partecipe lo spettatore non di un evento sportivo, né di un movimento meccanico del corpo, ma di qualcosa di completamente invisibile a occhio nudo, possibile solo grazie alla riproducibilità tecnica, alla macchina da presa, che preferisce un soggetto a discapito di un altro, che si focalizza su un elemento preciso sul quale volgere la propria indagine, il proprio maniacale studio, scandito al suono di 24 fotogrammi al secondo. La voce calda e metallica a un tempo di Mathieu Amalric sta lì a suggerirci la totale parzialità dello sguardo e di come la macchina da presa non possa assolutamente sostituirsi all’occhio dello spettatore (la sola sua presenza in campo modifica infatti il comportamento di chi le sta intorno, tanto degli spettatori quanto e soprattutto dell’oggetto ripreso, in questo caso il giocatore). McEnroe diventa, quindi, non solo un attore su un palcoscenico – tant’è che viene evidenziato come Tom Hulce si servì dell’irriverenza del tennista statunitense per tratteggiare il suo Mozart in Amadeus, un’intuizione più unica che rara – ma un artista totale e totalitario, riconducibile a quelle figure a cui il cinema non è certo estraneo (si pensi allo stesso Godard).
In questo senso, John McEnroe – L’impero della perfezione è uno studio concettuale che unisce splendidamente teoria, estetica e tecnica, in una danza magnetica sui molteplici significati dell’arte, del cinema, dello sport, dell’umanità. La continua ricerca della perfezione, a cui l’uomo tende da sempre.
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