Recensioni

Il quarto lavoro degli emiliani Julie’s Haircut ci riporta ancora una volta faccia a faccia con la Homesleep, realtà nostrana che di recente si è rivelata capace di dialogare col mercato indie europeo sia con prodotti da esportazione (Yuppie Flu su tutti) sia da importazione (Ant e Austin Lace). Nel caso di After Dark, My Sweet la label bolognese sembra addirittura alzare la posta, pubblicando un disco che si allontana dai canoni indie (pop) della band per abbracciare il verbo della psichedelia, intesa nel senso più puro e “classico” del termine. Brani lunghi e dilatati, prevalentemente strumentali e largamente improvvisati, in cui Nicola Caleffi e compagni (con sporadiche incursioni di amici come Sonic Boom e Francesco Donadello) si lasciano andare ad esplorazioni in chiave seventies (leggi: free), senza tralasciare un certo approccio indie-garage e umori wave.
Si è detto che questo album è in buona parte strumentale, ma attenzione, guai a dire la “parolaccia” (quella che comincia con post e finisce con rock): a parte un paio di momenti in cui aleggia lo spettro di GDM / Mogwai (forse più per inevitabile suggestione, ma anche no, vedi Pistils), l’attitudine prevalentemente impro riesce andare oltre alle solite dinamiche “forte-piano”, per sfiorare piuttosto certi spazi infiniti floydiani (Ingrid Thulin), minimalismi kraut (Purple Jewel, senz’altro la più riuscita del lotto) e giochi electro-dark (Death Machine e Gemini, pt. 1 & pt. 2, dalle parti di Two Lone Swordsmen), non dimenticando comunque del sano guitar rock (le “canzoni” Open Wound e Afterdark, reminiscenti rispettivamente dei Sonic Youth più melodici e dei Radiohead ombrosi del My Iron Lung EP).
Sarà una questione di approccio, sarà l’alchimia ben calibrata tra le parti in gioco, sarà anche il saper rievocare in modo efficace determinate atmosfere senza essere calligrafici (soprattutto quando si lambiscono i Joy Division), di fatto la band riesce a fare suonare il tutto genuino e non pretenzioso. Sulla carta, operazioni di questo tipo sono un azzardo; per fortuna dei Julie’s, della Homesleep (e, vivaddio, di chi ascolta) stavolta è andata
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