• Ott
    04
    2019

Album

Rocket Recordings

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Continuano nel percorso intrapreso oramai da più di qualche disco, i Julie’s Haircut, e certificato dall’approdo su Rocket, etichetta che sembra aver capitalizzato al meglio l’underground italiano più in fissa con la psichedelia “materica” e detonante, per il precedente Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. In In The Silence Electric la situazione non cambia; la composizione è sempre un flusso unico che si espande come una delta fluviale a inglobare motorik, psichedelia acida, porzioni kraute, sfumature di jazz libero, sensazioni da colonna sonora immaginaria e una idea di libertà compositiva che si fa sempre più presente.

Dicevamo del percorso però, visto che indietreggiando fino a Our Secret Ceremony, la dimensione cosmica – sia latamente kosmische che più specificamente cosmica, spaziale, persa nell’immensità dell’universo – si è fatta via via parte costituente del suono dei Julie’s a cui e da cui sono poi germogliate foglie e rami sempre della stessa materia formate. Il mega trip di Darlings Of The Sun, ad esempio, con le sue distese etno-space, o quello poliritmico di Pharoah’s Dance, nomen omen in quanto a dimensione e riferimenti, ma anche la (e)stasi di In Return e addirittura l’ipnotico motorik suicide style di Sorcerer dicono di una rigenerazione infinita, di un blob musicale in continua definizione che si nutre di elementi e input sempre dallo stesso “humus” generati, ma di volta in volta ripensati, rielaborati, ridefiniti. Nulla di nuovo sotto il sole della psych più o meno etno, più o meno cosmica, più o meno krauta, ma una indagine condotta con equilibrio e parsimonia, attenzione e capacità verso un mondo sonoro che è sempre più personale e interiorizzato dal sestetto.

Non a caso si parla di «sound of psychic liberation from the shackles of oppression and of the everyday» nella press e non a caso si è scelta, per l’immagine di copertina, l’opera dell’artista d’avanguardia tedesca Annegret Soltau, auto-cattivizzatasi e auto-liberatasi da una sorta di mummificazione a vivo intesa a riflettere sulla comunicazione, sulla sua privazione, sulla sua riacquisizione; cosa che è facilmente riconducibile a tanta musica presuntamente nuova e in realtà mummificata su se stessa.

7 Ottobre 2019
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