Recensioni

6.9

Quattro anni fa, ai tempi di Random Access Memories dei Daft Punk, sembrava che il disco d’esordio (e pure omonimo) dei Jungle fosse un prodotto con tutti gli ingranaggi a posto, ma anche una mossa furbetta per scalare le chart alla maniera dei colleghi francesi. Il duo inglese strizzava prepotentemente l’occhio tanto al funk quanto al soul, in una confezione tremendamente neo-tutto che faceva del flirt con l’elettronica il proprio tratto distintivo. De Stefano, non a caso, parlava così di Jungle sulle nostre pagine: «Jungle è oggi l’ennesimo esperimento di rivitalizzazione dello storico R&B che ha dato i suoi frutti in passato e che continuerà a farlo anche nei decenni a venire … ma a pensarci bene potrebbe essere soltanto la retromania che sposa il business».

Cosa aspettarsi dunque da un nuovo album della formazione, oggi che la stessa retromania è diventata quasi un dogma da rispettare e la maggior parte delle produzioni non riesce a scrollarsi di dosso tale fardello? Ad un primissimo play, Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland (ai quali dal vivo si uniscono altri cinque musicisti) sembrano puntare dritti allo stesso tipo di sound: falsetti, groove ammiccante, sample. Ma andando più a fondo si scopre che qualcosa di nuovo è dietro l’angolo. Il concetto di California Dreamin’, ad esempio, preponderante lungo l’intero lotto di canzoni è tanto solare quanto straniante. Basti pensare a brani come House in L.A. o Give Over che uniscono il miraggio simbolico della Bay Area a un sentimento di fine e irraggiungibilità («You and I are so much older», «In sunset boulevard I need her») o alla succosa Heavy California, che, tra Childish Gambino e i The Avalanches, gioca sulla dicotomia I will love you / can’t afford you. Questi sentimenti contrastanti rendono complesso un album che racconta delle separazioni personali dei due componenti della band, giocando meno sul colpo ad effetto (nonostante picchi come la ronsoniana Happy man e Beat 54) e più sul risultato globale.

L’RnB risulta stavolta rivitalizzato in maniera più solida e ragionata e gli Earth Wind and Fire e la Motown possono godere dei giusti omaggi senza grossi scivoloni. Rispetto all’esordio, i Jungle indossano lo stesso vestito, ma in una guisa meno sardonica e più riflessiva. Per una band che rischia di pagare a vita la riconoscibilità del proprio sound, questo è il primo passo verso una futuribile indipendenza.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette