Recensioni

7.2

Già uscito in Germania a inizio febbraio, Love Is è il debutto di Fabian Altstötter, in precedenza nella band indie pop Sizarr, con due album all’attivo. Dall’originaria Landau, il cantante, che ha scelto adesso l’alias solistico Jungstötter, si è trasferito a Berlino. Scrittura, complessità nell’essenzialità, romanticismo e pathos sono le parole-chiave lungo queste dieci tracce messe in successione ad arte. Silence, in apertura, passa da una cupezza melodrammatica – «There is silence inside in this room / It’s making everyone unconfortable» – a una vibrante pacificazione, lungo quasi sette minuti di tasti di pianoforte, percussioni e corde, sostenuta da una voce che sa farsi sia profonda sia angelicata. Si tratta di uno dei migliori episodi in scaletta, ma destano interessare a seguire anche le svisate elettriche che ravvivano lo storytelling filo-desertico di Sally Ran, così come il turning point moderno con sviluppo rock di un’altrimenti tradizionalista Systems. Questo è un disco di canzoni che vanno spogliate, conosciute a fondo – insomma, ascoltate con attenzione – per essere godute appieno. Per farsi piacevolmente sorprendere.

Di recente esibitosi in apertura del tour europeo di Soap&Skin, che ha peraltro duettato con lui in una performance live dell’enfatico singolo Wound Wrapped In Song, il songwriter tedesco suona credibile, per quanto a tratti prevedibile, nell’interpretare la lezione mandata a memoria grazie a Nick Cave (si senta l’acustica Black Hair), Leonard Cohen (si passi a In Too Deep, con la sua elegante coda strumentale) e Scott Walker, sino ad arrivare all’affinità con Rover e quant’altri. Che poi la prevedibilità, il Nostro, cerca a suo modo di evitarla, proprio come la Soap&Skin (ancor) più sperimentale degli esordi: prendiamo una title track che è quasi una stucchevole ballad con tanto di mielosi controcanti femminili e nell’ultimo giro di orologio degenera, impazzita, in minacciosa coda dark electro (perfettamente speculare alla medaglia a doppia faccia dell’argomento trattato, in verità). C’è una classicità, insomma, quasi sempre increspata dalla tensione, che ci riscaraventa nell’oscurità ogniqualvolta pensiamo di intravedere una luce. E ciò è cosa buona e giusta. Ci rivediamo volentieri al prossimo appuntamento.

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