Recensioni

5.8

Nel mondo mainstream la differenza non la fa certo chi si industria in nuove sperimentazioni o incroci innovativi, ma chi riesce a far funzionare la propria formula sul larghissimo pubblico senza sputtanarsi in ricicli sfacciati, profili d'immagine degenerati o suoni senza sostanza. Per questo Justin Bieber fino a ieri era il male assoluto: un rampollo allevato in casa Usher costruito ad immagine del classico ragazzino-dalla-faccia-pulita che funga da modello per gli altri ragazzini, un primo album (My World 2.0) di teen pop sdolcinatissimo che fa breccia puntuale nel cuore morbido delle adolescenti in cerca dei propri miti, un docufilm (Never Say Never) incentrato sul suo personaggio che sbanca ai botteghini manco fosse Avatar e una seconda prova (Under The Mistletoe) di effimera piacioneria natalizia, che finisce per inserirsi senza scrupoli in quei meccanismi di bontà mercificata dai quali pochissime famiglie con bambini riescono a svincolarsi per le vacanze di fine anno.

Stendiamo un velo sul passato. La novità è che per il terzo album il neo-diciottenne sceglie di compiere la propria rivoluzione personale, arruola la crème dei pop producers di maggior successo degli ultimi anni (il mida Diplo, ma anche Rodney Jerkins, Hit-Boy e l'irriducibile Max Martin, un giro sulle discographies di wikipedia lascia sempre a bocca aperta) e prova a reinventarsi su uno stile più maturo e consistente. Il suo "album dubstep", l'han definito, e non è nemmeno troppo lontano dalla realtà: in fondo fa piacere vedere le sincopi figlie delle produzioni bass dello scorso decennio venir assorbite come parte integrante nel tessuto pop di oggi, persino quando si intrecciano ai vocals da boy band di As Long As You Love Me o si svendono su un ritornello summer pop dopo le strofe tutto sommato di discreta fattura di Take You.

I momenti più solidi del disco sono altri: il modern rap ben fondato sul soul della Right Here insieme a Drake, in coppia con l'assetto r'n'b del singolo Boyfriend figlio degli insegnamenti USA nella materia in cui sono più ferrati, ma anche il dance pop hi-nrg di All Around The World con Ludacris, che nel suo essere caratterialmente sfacciato non dispiacerà agli affezionati del nu rave e alle classifiche bazzicate dai Nero. Tra i pezzi che meglio promettono il passo avanti in termini di carisma registriamo poi Out Of Town Girl e Maria, sempre pop r'n'b ma fatto con struttura e ben colluso con l'energia dell'elettronica, eppure son rimasti fuori dalla standard edition per comparire solo in quella de luxe. E la cosa in fondo non stupisce, perché il resto dell'album torna a fare i conti con l'animo zuccherino del primo Bieber, ancora passabile nella ballata Catching Feelings che in un disco pop può sempre starci, ma di nuovo fastidiosamente immaturo in Fall e Believe, mentre One Love e la Beauty And The Beast con Nicki Minaj tornano a un formato dance da radio di sola superficie.

Diverso dai precedenti, sì, ma nel complesso Believe resta un tentativo parzialmente riuscito di riconfigurarsi come star adulta, proprio perché effettuato nella minima misura recepibile dal pubblico precedentemente guadagnatosi. In altre parole, Bieber mira nuovamente ai suoi coetanei (che come lui, nel frattempo, son più grandi di due anni) e non ha intenzione di "elevarsi" dalla sua stessa immagine. A conti fatti resta quella la dimensione naturale di un ragazzo della sua età, che inizia a ragionare con la propria testa e a sviluppare un profilo che non sia dettato dai target del marketing. Manca ancora un po' di strada per quella dignità tanto rara (ma non introvabile) nel circuito mainstream, ma è un passo avanti.

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