• nov
    13
    2015

Album

Def Jam Recordings

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Si tratta, a conti fatti, di qualcosa di già visto e rivisto (spesso con risultati decisamente migliori). Da una parte c’è Justin Bieber il fantoccio teen idol, la vocina di un’irritante androginia prepuberale, il ciuffo a metà tra il Jesse McCartney e il taglio a scodella fatto in casa dalla mamma, il prodotto progettato a tavolino e “targettizzato” al massimo da qualche oscuro – ma non troppo – discografico veniale per rivolgersi e vendere ad una precisa nicchia di mercato; dall’altra la ragazzina cresciuta a pane e One Direction, la fan isterica e dalla mente ottenebrata dalle inevitabili e devastanti tempeste ormonali fisiologicamente indotte dalla pre-adolescenza e dall’avida lettura di Cioè (se esiste ancora). Nei primi anni ’00 c’erano già, ancora loro e sempre uguali, con la camera da letto tappezzata dai poster del Di Caprio periodo naufrago surgelato e magari qualche disco dei primi Blue. Orrore. Tutto normale e niente per cui allarmarsi: ci sono le directioners e le beliebers, e poi tutto il resto del mondo che odia a morte il povero Justin e le sue patetiche serate al bowling passate a molestare coetanee inizialmente ritrose ma che si lasciano poi facilmente irretire da qualche maldestra dance battle genuina ma non troppo. Tutto come da copione.

Poi Justin cresce, crescono le beliebers, e il golden boy più odiato della musica inizia a “sbarellare” tra guide in stato di ebrezza, vandalismo, tatuaggi random, love story finite non benissimo perchè l’altra metà del cielo va a farsi lo spring break con James Franco e via dicendo. Tutto già visto, anche Britney a un certo punto ha dato di matto e si è rasata a zero professandosi l’Anticristo in Terra. Poco male, i teen idol vanno e vengono, e credo che nessuno, a parte forse sua madre, sappia che fine abbia fatto, oggi, Jesse McCartney. La cosa bella è che ogni tanto invece qualche ex-bambino prodigio piazzato lì da quel qualcuno che muove i fili da dietro le quinte riesce a reinventarsi e a non scomparire, magari regalando anche qualcosa di pregevole. Sempre restando in tema di Justin vari, con Timberlake il pensiero oggi va immediatamente a Sexyback e Timbaland, a In Time, a Jay Z e Suit & Tie; non sempre ci si ricorda che prima dell’attuale veste da mainstream “autoriale” (perdonatemi il poco elegante ossimoro) ci sono stati gli ‘N Sync, il Micky Mouse Club e le passate love stories con future presunte grandi Bestie targate 666.

Nel pop tutto si ricicla, tanto gli stili quanto i personaggi, e in quello più beceramente mainstream ancora di più (chiedere a Miley Cyrus e al suo nuovo compagno di giochi Wayne Coyne). Ecco che allora nel 2015 la nuova hipsterata dilagante sembra essere la riabilitazione di Bieber, che ha pubblicato un disco inaspettatamente molto bello (calma). Allora, pronti via, tolti il ciuffo a scodella ma sbarazzino e la vocina da Zecchino d’Oro prestata al pop, e via di intimismo riabilitativo per mostrare al mondo che no, lui è un artista vero e non solo un fantoccio per ragazzine; Skrillex diventa il suo Timbaland (con le dovute proporzioni), agli MTV EMA per la prima volta non viene fischiato, si commuove, è tutto pronto, Purpose sarà il suo personale FutureSex/LoveSounds. Bellissimo. In marketing si chiama ri-posizionamento, e lo si fa quando è tempo di cambiare il proprio target di riferimento. Per Justin quel tempo è ora.

Diciamolo, Purpose non è né la figata che qualche facilone canta (della serie «ascoltare il nuovo Bieber is the new hype»), né un disco di cui, per partito preso, è biasimevole e imbarazzante parlare (per il semplice fatto che ci sia scritto sopra «Justin Bieber» in copertina); che musicalmente (non me la sento ancora di dire artisticamente) sia nettamente meglio del periodo Baby – e anche di tanta altra paccottiglia mainstream che gira oggigiorno – credo che non vi sia dubbio, ma da qui a dire che sia un gran disco ce ne passa sicuramente. Purpose è semplicemente un album di pop mediocre e orecchiabile, spesso decisamente scialbo, con qualche buono spunto e qualche inevitabile caduta; musicalmente sarebbe suonato sicuramente molto più attuale anche solo un paio di anni fa, essendo di fatto un plausibile rimestamento del solito calderone post-r&b che ancora impazza un po’ dappertutto ma sembra aver ormai esaurito la propria spinta propulsiva. Il fatto che esca per Def Jam (sì, quella) poteva aggiungere qualche motivo di interesse in più al tutto, ma la mano produttiva tipica della storica label semplicemente non si sente, e su tutto domina la vocina (sì, di fatto ancora -ina) di Bieber, che ci prova davvero e sembra voler seguire la strada di r&b bianco tracciata da Timberlake ma rimane un po’ stucchevole e manca troppo frequentemente di spessore.

C’è la programmatica e un po’ telefonata rivincita verso chi lo odia senza conoscerlo (I’ll Show You), c’è l’house pop – qualcuno dice tropical house, ma a me viene un po’ da ridere – di What Do You Mean e Sorry, la ballatona chitarristica un po’ minimal e non autografa (Love Yourself, di Ed Sheeran) e quella pianistica (Life Is Worth Living) e l’r&b (con The Weeknd a fare ciao con la manina) di No PressureNo SenseSkrillex gioca più con la dance e la house che con la solita brostep (Where Are U Now, Children), e il disco si chiude malamente sul lezioso confessionale in coda alla title track.

Abbastanza onesto per non essere disprezzato visceralmente, ma la strada verso l’anelata dimensione “artistica” – merce sempre rara parlando di mainstream – è ancora bella lunga.

23 novembre 2015
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