• Mar
    19
    2013

Album

RCA

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Terzo album per l’ex ‘N Sync – ma ha ancora senso citarli? – in 11 anni di carriera solista, a ben 7 dall’exploit di Future Sex / Love Sounds (2006), disco che aveva convinto pubblico e critica con brani di grandissimo impatto – produzioni di Timbaland e del suo protegé Danja – come il singolo What Goes Around… Comes Around, con annesso vero e proprio videoclip-colossal starring la femme fatale Scarlett Johansson. Lo iato si spiega facile: con la costruzione di una carriera cinematografica sotto gli occhi di tutti – Justin al centro di film capaci di unire autoralità e botteghino come Alpha DogBlack Snake MoanThe Social Network, o di strane creature come il Southland Tales di Richard Kelly – e con mosse imprenditoriali grosse e coraggiose come l’acquisizione del praticamente defunto Myspace per 35 milioni di dollari (2011). Il nostro non è però scomparso dalle charts, mettendo voce e faccia in pezzi sempre patrocinati dallo zampino di Timbo come Until the End of Time (2007) di Beyoncé e 4 Minutes (2008), uno dei migliori pezzi dell’ultima Madonna, e un ritorno solista in grande stile – streaming esclusivo su iTunes, un video girato da David Fincher ancora nel cassetto – non poteva che ripartire da lì.

Justin continua il lavoro sulla tradizione e sulla sua attualizzazione in senso now pop (e quindi black), con le orecchie puntate al funky di Prince, al Michael Jackson di Quincy Jones, al soul materialista e ascensionale di Marvin Gaye. Confezione da urlo, non c’è storia, suoni croccanti e golosi, con Timbo ben piantato in regia, per un disco di pezzi lunghi – divisi tra prima parte con esposizione della song vera e propria e seconda con suo “remix incorporato”, giocando con la plasticità della parte squisitamente musicale – in cui il nostro srotola tutta la godibilità dell’entertainer con pretese arty che è.

Suit & Tie, il primo singolo, comincia come un pezzo al ralenti di Erykah Badu e poi scoppia – pop! – contagiosa con un occhio al vintagismo Sixties del miglior Mark Ronson (The Bike Song); il feat di Jay-Z è più questione di presenzialismo e scambio di favori che altro, ma il brano nel complesso è irresistibile, anche quando lo senti in filodiffusione alla Conad mentre fai la coda e vorresti non essere mai nato. In mezzo a riempitivi di lusso o a pezzi di seconda battuta più artigianato industriale che sostanza – come la panoramica opener Pusher Love GirlStrawberry Bubblegum (con citazione di Everybody Loves The Sunshine di Roy Ayers e coda latin/samba), la ballad Spaceship Coupe, l’elegiaca conclusiva Blue Ocean Floor (tutta suoni in reverse) – ancora grandi momenti pop, con la psichedelia di Tunnel Vision (tutta tastiere liquide e archi a incrociarsi), l’affondo analogico di That Girl (con uno splendido bridge in accelerazione), la festa afro di Let the Groove Get In (con loop rubato a un disco ethno della Nonesuch) e il ricordo della boy band era che fu di Mirrors, secondo singolo, ispirato alla moglie Jessica Biel e costruito su un inciso doc.

Vedremo se davvero, come si dice in giro, uscirà una seconda parte del disco a novembre. Intanto, qui c’è una manciata di pezzi costruiti ad arte per scaldare il 2013.

19 Marzo 2013
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