Recensioni

Lo confesso: ho ascoltato il disco di Fabrizio Somma con attenzione solo dopo averlo visto sul sampler di Wire, compilation che da molti è considerata il traguardo di una carriera. Che cos'ha di speciale questo SYSF? Probabilmente piace agli inglesi perché è un disco di folktronica che si rifà alla stagione d'oro dei vari Tunng, DNTEL, Múm, forse perché queste sonorità le senti di nuovo in mixtape e nuove leve, o magari perché su questi campioni e glitch early-noughties (Qwerty) si sviluppa un flusso sonico che eccelle per compattezza d'arrangiamenti e di produzione.
Gli ingredienti usati sono lo standard del sottobosco Björk-iano (campanellini, triangoli e field recordings che puntano a frequenze alte) insieme a tappetini pianistico-orchestrali (Nobody Knows) e chincaglierie cinesi (Uno Is Walking), riuscendo a cucire una tessitura che andrebbe bene sia come "indie-glitch-IDM" che come colonna sonora di film wesandersoniani non ancora realizzati. In più ci sono anche i suoni live (gli uccelli che ricordano Sud di Risset nella prima traccia It Is Possible To Set Our Spirit Freak) e l'inevitabile richiamo al primo Aphex Twin (Untitled 155) o all'ambientronica dei Boards Of Canada (Thinking About Robin, Mono No Aware).
L'exploit dell'artista si smarca dal pout-pourri del precedente album su Snowdonia – che viaggiava anche su coordinate estranee all'IDM (come blues, country o mambo) – ritrovando il vecchio amore degli esordi per forme e mood che potrebbe essere ricollegate anche alle proposte cameristiche dei The Album Leaf o a un classicheggiante Nico Muhly. Bravo Fabrizio.
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