Recensioni

6.2

Deriva del marketing nell'era del download selvaggio o oculata operazione con cui i Kaiser Chiefs hanno cercato di risollevare le quotazioni di una carriera ormai ridotta (artisticamente) al lumicino? Il fatto che dei venti brani realizzati ognuno possa sceglierne dieci (e creare il proprio artwork) per una copia customizzata di The Future Is Medieval, ha solleticato la fantasia di molti, sottoscritto compreso. Tutti investiti da Ricky Wilson e soci del compito di gestire in autonomia l'ultimo tassello del processo creativo, decretando quelli che avrebbero dovuto essere i brani caldi e i riempitivi.

Ora che la tracklist ufficiale è stata pubblicata (con dodici brani recuperati fra quei venti, più uno, totalmente inedito) sappiamo che il gruppo (o i fan per loro) ha deciso di non osare più di tanto. Gran parte delle canzoni, a partire dall'opener e primo singolo Little Shocks, non fa che applicare un maquillage tecnologico al consueto brit pop noir della band (e in questo senso, rimanendo sul solito terreno, le escluse Back In December e Can't Mind My Own Business, avrebbero contribuito almeno con una maggiore freschezza melodica).

Il problema sta nella qualità di un songwriting che somma intuizioni brillanti senza svilupparle a sufficienza, come nella tesa ed oscura Child Of The Jago, su cui, la mancanza di un chorus, pesa come un macigno.

C'è poi un'irrequietezza di fondo che porta la band a intraprendere nuove strade senza troppa convinzione, con il risultato che l'interessante folk elettrico di Dead Or In Serious Trouble o il synth pop duraniano Heard It Break (ma si potrebbe citare anche l'escluso pastiche ritmico di Cousin In The Bronx) figurano come episodi isolati, tasselli scompagnati di un album frammentario e irrisolto, che a fronte di piacevoli vibrazioni (è il caso dell'acustica e delicata If You Will Have Me), lascia in bocca un amaro retrogusto di incompiutezza.

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