• ago
    01
    2011

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Roc-A-Fella

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Pensato inizialmente come EP che raccogliesse il meglio dei brani messi in free download con l'operazione GOOD Fridays, diventato poi progetto autonomo e album vero e proprio, registrato in giro per il mondo, Watch the Throne è praticamente un jam album, infarcito com'è di ospiti (il solito Kid Cudi, una ottima Beyonce, un Bon Iver riconoscibile ma comunque troppo trasparente), pezzi co-cantati e co-prodotti (stradominano Kanye e Mike Dean ma ci sono anche RZA, Neptunes e Q-Tip). Jam album eppure lavoro più concreto, meno dispersivo di My Beautiful Dark Twisted Fantasy, e non poteva essere diversamente, dato che quello era un disco-manifesto, un progetto affetto da un gigantismo programmatico, da una megalomania baraccona e fuori misura, anche per Kanye.

La formula di mesh hiphop + superpop viene ampiamente confermata, ma qui l'uomo trova, in coppia con Jay-Z (spaccone pure lui, ma coi piedi sempre ben piantati per terra), l'equilibrio giusto delle parti. No a caricature involontarie allora o a particolari tamarrate, via a giri incisivi, campioni molto indovinati e loop funzionali (Otis Redding, ovviamente James Brown, Quincy Jones, i Cassius, persino un trattamento killer su un mini-riff di Phil Manzanera), dosando bene dimensione rap (occhio, se Jay-Z quando vuole spacca tutto, Kanye è raramente interessante come rapper, semplicemente perché per lui il rappato e i testi non sono tanto un fattore estetico, quanto un espediente comunicativo, politico), appetibilità pop, trucchi elettronici (l'autotune ballad New Day, l'ostinato scampanellio di Welcome to the Jungle, una Who Gon' Stop Me con lontani echi footwork, una Niggas in Paris dalle parti dei Die Antwoord) e suggestioni UK (leggi ragga). Il tutto sempre tra strada e poltrona di pelle, tra pathos sincero e sincera ostentazione di sé: "Now all my niggas designing and we all swaggin’ / Ignore the critics just to say we did it / This ain’t no fashion show, motherfucker, we live it".

Dicevamo dell'autocaricatura bypassata: beh, ci sarebbe proprio Made in America, inno di orgolio nazionale e di orgoglio nero (sfilano i santini Martin Luther King, Malcolm X, le prime grandi cantanti blues) come solo gli americani riescono a concepire, con una 'bitch' che sta manco ad una virgola di distanza da 'jesus' (e del resto Kanye aveva già avuto modo di precisare che "pussy and religion is all I need"), ingenuo da morire, ma – forse anche per questo – a tratti sinceramente commovente.

Un ottimo album di HH commerciale, incisivo, luccicante, ma anche sanguigno, bello ruvido, con un'ottima media generale e qualche numero davvero potente.

30 agosto 2011
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