• Nov
    01
    2010

Album

Roc-A-Fella

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Il 2010 di Kanye è cominciato presto, con l'indifendibile live VH1 Storytellers. Poi l'uomo si è dedicato massicciamente – con quelle mosse che solo lui sa e può – a promuovere questo quinto album, seguito della zuccherosa epopea autotunistica 808s & Heartbreak (2008). Lo scacco matto, tutti al tappeto, il lancio sulla rete di quel vero e proprio mini-"action movie filosofico" che è Runaway. Kanye, il migliore imprenditore di se stesso.

E proprio Runaway – in allegato come dvd nell'edizione deluxe, in streaming ovunque sul web – è la perfetta chiave di lettura del personaggio e un succo concentrato della sua visione del mondo, molto più del disco in quanto tale (che è un ottimo disco di pop-hop now). Runaway è un Bildungsroman mancato, la storia di un incontro/scontro e di un rifiuto, la storia di un angelo – la modella Selita Ebanks – caduto dal cielo che cerca di capire il nostro mondo e che, consapevole che "anything that looks different you try to change", si vede costretta a scappare e a fare ritorno alla propria dimensione celeste: neppure l'amore del suo Virgilio (Kanye ovviamente, attore regista e quant'altro) potrà trattenerla.

Runaway è meravigliosamente ridicolo, è un'americanata superpatinata, compiaciuta, autoindulgente, frutto dell'egosbornia sbrigliata del nostro, sempre più convinto che la propria filosofia di vita ("No more drugs for me, pussy and religion is all I need" dice in Hell Of A Life) sia particolarmente profonda e dunque degna di essere esposta al mondo con il massimo dispiego di mezzi e tutte le pretese artistiche del caso: Vanessa Beecroft come art director, citazioni cinefile e omaggi musicofili, trucchi narrativo-registici come la Ringkomposition che lega inizio e fine, un uso estenuante del ralenti che dà la stessa nausea dell'abuso dell'autotune ai tempi d'oro. Tutto questo per veicolare la denuncia dell'omologante cannibalismo esistenzial-materialista di cui siamo vittime e carnefici. Insomma, quello che ne viene fuori è davvero il trionfo del postmoderno come confusione etico-estetica, come guazzabuglio e vuoto decorativismo, per di più elevato al quadrato perché asservito alle esigenze esagerate di quell'ego che ben conosciamo: meravigliosamente ridicola la scena in cui, novello sciamano-incantatore di serpenti, Kanye attizza l'angelo/fenice suonando come un ossesso Power all'mpc.

La musica non è l'ennesima epifania promessa dal guru Kanye, ma un ottimo esempio del suo coloratissimo mondo musicale fatto di orchestrazioni ed elettronica, ballad romantiche (quella pianistica con John Legend), tamarrate che sono nuove forme di crossover (la pompa uptempo e gli strombazzamenti di All Of The Lights), funk&soul (i cori dell'intro, il pathos di Devil In A New Dress), classic rock (i prestiti da 21st Century Schizoid Man e Iron Man), omaggi alle grandi figure della black (se nel video c'è una parata con un megabusto di Jacko, qui si chiude con un discorso paranoico di Gil Scott-Heron). Mondo colorato condito da una quantità di ospiti delle più diverse estrazioni: Kid Cudi, Raekwon, Rihanna, Alicia Keys, Elton John, Jay-Z, Bon Iver. Pochissimo autotune (la conclusiva, eccessiva e divertente Lost In The World) e mezza scaletta almeno con numeri impeccabili per efficacia, su tutti Runaway (la canzone), dal grande appeal pop-rock, e Monster, con le sue appiccicose atmosfere urban-tribal. (6.9/10)

Ma non bisogna perdere di vista contesto e progetto e così il film non può essere scartato al momento di tirare le somme. Il ridicolo lo possiamo anche promuovere, ma solo quando lo avalliamo.

23 Novembre 2010
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