Recensioni

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Finalmente ristampato, come si dice in questi casi, il secondo album di Karen Dalton, prima di oggi disponibile (a trovarlo) solo in edizione vinilica. Non c’è che dire, un hype ben organizzato fa miracoli. Ma veniamo al disco in questione: visti i lusinghieri risultati artistici se non commerciali del debutto, e malgrado le tendenze autodistruttive della ragazza – da lei tenacemente pasturate a droghe ed alcool – le fu concessa una seconda possibilità. Ebbe a sua disposizione un buon produttore come Harvey Brooks, già bassista per Bob Dylan ed Electric Flag, uno stuolo di strumentisti puntuali (quattordici in tutto tra organi, violino, chitarre, batterie e ottoni) e dieci canzoni adatte a spremerle i succhi dolci e agri dal cuore.

Forse tutto un po’ troppo prefabbricato, ecco. Magari le mancò d’essere davvero lei al timone. Fatto sta che la sua voce sembra spendersi in una specie di prestito, in un vuoto a rendere straziante e scivoloso. Karen un po’ c’è e un po’ non c’è. E’ una presenza vacante. Per questo, credo, riuscì a mandare giù una scaletta tanto improbabile: per dire, c’è un’appiccicosa When A Man Loves A Woman dopo il torpore cupo di Something On Your Mind, una How Sweet It Is farfallona prima di una amarognola In A Station (proprio quella dei The Band contenuta in Music From The Big Pink), l’ammiccante boogie di One Night Of Love quando ancora non si sono spente le suggestioni traditional di Same Old Man (dove s’impegna abilissima al banjo).

Un bel vassoio d’argento, non c’è che dire. Karen avrebbe dovuto ribaltarlo come fece la Joplin ai tempi di Kozmic Blues, però non possedeva quella veemenza viscerale, quel rovello sovrumano. Invece, Karen scivolava indolente nel solco delle proprie ossessioni folk e jazz, si fingeva Billie Holiday come per dimenticarsi di sé, portava in fondo la canzone con una certa arrendevolezza e qualche guizzo, tanto per rimandare la caduta. Solo rimandare. Ché dopo questo disco inizierà la lunga picchiata, con poche testimonianze sonore, fino alla morte avvenuta nel 1993.

La sua vicenda continua a sembrarmi ben più umana che musicale, le sue canzoni o meglio la sua voce un riflesso neanche troppo significativo – stavo per scrivere superficiale – di quanto dentro le si stava lacerando. Oggi, tutti questi riflettori, questo hype indotto, queste dichiarazioni d’affetto e addirittura venerazione, mi suonano come una distorsione piuttosto strumentale, opportunista e ben poco rispettosa. Magari la stessa Karen non ci si riconoscerebbe. Magari oggi sarà in grado di liquidarle con un sorriso, da quel punto di vista che mi auguro, di cuore mi auguro, sia infine sereno.

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