Recensioni

7.5

For Seun Matta è il primo album in studio per i Karkhana, supergruppo di musicisti che riunisce vari “orienti” sotto il marchio della label milanese Holidays e dentro lo studio Outside Inside di Matt Bordin della Squadra Omega.

Vari orienti – strettamente legati al belpaese, com’è evidente – perché all’interno di quello che è realisticamente un “supergruppo”, per quanto la definizione possa suonare anacronistica in tempi di disgregazione dell’idea di band in senso stretto, ci ritroviamo musicisti provenienti da una mezzaluna (nulla accade per caso) fertile disposta tra Beirut, Istanbul e Il Cairo e che a vario titolo hanno suonato e suonano con formazioni più che note ai cultori di certi suoni come Konstrukt (Umut Çağlar a fiati – zurna, gralla, bamboo flutes, nello specifico – e percussioni) e Dwarfs Of East Agouza (da cui vengono Sam Shalabi, alla chitarra e oud, e Maurice Louca, a organo e synth) o che, come nel caso di Michael Zerang (alla batteria) non hanno bisogno di presentazioni. La chitarra elettrica di Sharif Sehnaoui, la tromba di Mazen Kerbaj e il basso di Tony Elieh completano una formazione che è un giro d’oriente a tutto tondo, intrippante e visionario come un miscuglio di secoli di storia stratificata vissuta sotto un sole rovente, tra visioni deformate e orizzonti acquosi e sfocati.

Nelle quattro lunghe tracce dell’album, infatti, collidono e si (auto)riproducono free jazz e psichedelica, slanci kraut e certo rock made in Constellation (vedi alla voce Jerusalem In My Heart, Esmerine o Land Of Kush, per far dei nomi) che non dimentica affatto le proprie origini lasciando risuonare tracce di shaabi, tarab, sufi e altre sonorità caratteristiche dei vari background “folk” dei musicisti coinvolti. Il risultato è un flusso di coscienza che parte per la tangente psych, sfoca contorni e dilata visioni, accumula suoni come una danza di dervisci – l’attacco di The Seventh Seun è un giro di testa continuo, una perdita di senno continua, un arraffare miraggi che sono sabbia bollente prima della catarsi finale – ma spezza anche il ritmo a furia di singulti e strappi e abbocchi jazz nelle sue forme più libere (Pony Ride) in un continuo rincorrersi e sfaldarsi di forme sonore astratte e frantumate (Gavur). Musiche che non esitano a riprendere le coordinate delle tradizioni originarie dei propri componenti e a trasformarle in una melassa dal groove ipnotico e dall’aria sognante (Nafas Kahrouba’i) che si fa ponte tra tradizioni diverse e legame tra tempi e spazi diversi; a patto, però, che si perdano gli occhi per vedere e apprezzarne una “alterità” che è tale solo all’infedele o al purista. In definitive, free Middle Eastern music for the post-global youth.

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