• giu
    09
    2014

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Sony Music Entertainment

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È ormai opinione diffusa che i Kasabian siano tra i gruppi più spocchiosi e altezzosi che il rock di Sua Maestà sia riuscito ad offrirci negli ultimi anni (l’eredità dei compianti Oasis è passata in buone mani) e che l’avvicinamento ad ogni loro nuovo album è contrassegnato da roboanti annunci ai quali è sempre più difficile non abboccare. Così era stato per l’ultimo (radiofonico) Velociraptor! (acclamato come un disco dal suono “epico”) e per West Ryder Pauper Lunatic Asylum (l’album “perfetto” dei quattro di Leicester), e lo stesso accade per 48:13, il lavoro che segna il ritorno del gruppo in vista dell’headlining per la chiusura di Glastonbury ’14.

Già dal titolo – quel 48:13 che corrisponde al minutaggio totale dei 13 nuovi brani – e dall’artwork minimalista impregnato di un acido rosa shocking, è lecito domandarsi se il gruppo di Serge Pizzorno e Tom Meighan abbia esaurito le scorte di creatività. Dubbi subito ridimensionati dall’avvio travolgente di Bumblebeee, un vero e proprio scatto di reni che si contraddistingue per un potente rock dalle venature elettroniche che va dalle chitarre glitterate dei T-Rex a quelle sovrastate di sintetizzatori di scuola Primal Scream. Basso sontuoso, chitarre sferraglianti e synth rappresentano quindi la perfetta sintesi del suono a cui i Kasabian stanno mirando, una traccia che pertanto va a delineare e incendiare le successive. A partire da Stevie, in cui l’intro scandito da una minacciosa orchestra ci catapulta nel set di uno 007 in bianco e nero, passando dall’esplosione di colori di Doomsday, un carosello di suoni burleschi, e dalle pareti electrorock di Treat, in cui il gruppo inscena uno stordente, e convincente, scenario da bad trip.

Poi l’incendio va lentamente attenuandosi (l’ultima scintilla è quella Eez He, acida dance anni ’90 che ha fatto da apripista all’album) e i quattro di Leicester finiscono per rimanere intrappolati in quello stesso vortice che li aveva ispirati (Glass, Explodes, la meno convincete del lotto e Clouds, brano che la stessa band definisce come una “Tomorrow Never Knows riarrangiata dai Soulwax”, per rimanere in tema di modesti proclami). S.P.S, ballata acustica à la Stones avvolta da calorose armonie orchestrali sigla così una lieta e melanconica fine a un album ben riuscito e che dimostra come i quattro siano ancora in grado di rinnovare quella formula electrorock che li ha portati alla ribalta.

I Kasabian sono riusciti a spingersi su territori che i Gallagher sono sempre stati riluttanti a percorrere: quel rock impregnato di elettronica che allo stesso tempo strizza l’occhio alla tradizione e alle tendenze electrodance.

5 giugno 2014
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