• Set
    13
    2004

Album

RCA

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Ogni tanto lo shobiz sente il bisogno di band così, di un disco così. Che sappia colmare il vuoto tra il pop formattato Mtv e quello portato avanti con alterne fortune dal carrozzone cosiddetto alternativo.
Non necessariamente “avanti” quest’ultimo, però più vispo, brulicante, col naso attento a fiutare le brezze senza disdegnare all’occorrenza i miasmi dei bassifondi. Talora anche precursore, geniale sovvertitore di mode e modi, fattore di squilibrio che innesca più o meno effimere “scene”. Precursori e sovvertitori furono ad esempio i Primal Scream, allorché bersagliarono il mercato dei primi novanta col missile terra aria Screamedelica. A loro, tra gli altri, i Kasabian si rifanno sfacciatamente. Ma sapete com’è, di questi tempi non me la sento di biasimarli per questo. Non totalmente, almeno. Anche perché sono bravi questi cinque ragazzi di Leicester (che diresti di Manchester, per quel che conta negli anni delle low cost airlines e della rete onnisciente) a stemperare il tutto tra sapienti profluvi new wave e kraut, a sbaragliare sul nascere tensioni e sberleffi, tanto che alla fine il confine tra cazzonismo militante e livido allarme non riesci a tracciarlo con facilità.

E’ certo però che i Kasabian sono un gruppo pop, e lo rimarranno. La loro principale urgenza sembra appollaiarsi sulla prima classifica disponibile, accaparrarsi il massimo di airplay, imbucarsi nelle playlist più fighette e poi staremo a vedere. Quanto all’airplay, prendete il caso di LSF: si è già dimostrata efficace soundtrack per lo spot d’una nota compagnia telefonica, quindi siamo a posto. E, amici miei, LSF non è altro che Primal Scream liofilizzati tra spezie electro funk, tastierine kraut e laconico raga Stone Roses. Tutto molto chiaro, lampante. Un gioco a carte scoperte. Club foot fa più o meno lo stesso allentando la manopola dell’elettronica in favore di salaci ondeggiamenti sixties (il riff adesivo, lo sfrigolio di corde, il coretto selvaggetto). Test Transmission si aggira dalle parti di una boogie dance ibrida, aerea, frastornante, tanto poco pretenziosa quanto in fondo buona. Ovary Stripe è quel frangente gustoso e improbabile in cui la causa sintetica dei New Order s’impasticcia di sequenze Kraftwerk, salsa soul/RnB e chitarrine western per poi spalmare la marmellata sul dancefloor. Le tracce sono tredici, non tutte – va detto – all’altezza della “missione”. Spesso anzi sembra che la scenografia si mangi ogni velleità contenutistica, come quella ID che tenta la carta della blues ballad “spaziale” alla Zero 7 senza avere né la voce appropriata né un adeguato livello di soul nelle vene, o come quando Cutt Off prova a mettere i Portishead nel buglione, incrementare il tasso hip-hop, imitare gli spigoli Red Hot Chili Peppers abbozzando così un bel rosario di colpi a vuoto.

Alla fine della corsa scopri tuttavia che in fondo non è male avere nei dintorni una band da classifica con la voglia di far balenare clangori western morriconiani, hip hop, synth-pop e brume Hammill nel corso della stessa canzone (Running Battle), con nel caricatore certi kraut-boogie allucinati e pulsanti (Reason is Treason), che ti congeda da un languido pulpito folk-blues, tra riff di tastiera, algidi inneschi di batteria ed elettroniche piovute da qualche recesso anni ottanta (U Boat). I Kasabian sono contemporanei e già vecchi, una novità già esaurita, un domani nato vecchio dalle ceneri tiepide di ieri. I Kasabian sono ciò che auguro a tutti i giovanotti della generazione SMS che da un giorno all’altro si sono trovati superati da quella MMS, e domani chissà, poco conta. C’è un gap incolmabile che dovremmo provare a colmare: tanto vale celebrarlo al meglio, e gettare piccoli ponti di nascosto.

1 Marzo 2005
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