• Nov
    21
    2011

Album

EMI

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Ci vuole un'idea pop generosa, espansa, profonda e solida per rilasciare un disco così, il decimo di una carriera che per Kate Bush sembrava ormai ridotta alle comparsate più classe che sostanza (vedi il caso del pur buon Aerial, uscito nel 2005 dopo un silenzio durato dodici anni). Invece, nella scorsa primavera ecco piovere un Director's Cut nel quale hanno trovato nuova veste alcune tracce di due album che stavano lì come un rammarico, The Sensual World (1989) e The Red Shoes (1993). Segnali intriganti di recuperato entusiasmo che ci fecero drizzare le orecchie in attesa dell'annunciato nuovo album.

Eravamo quindi preparati a qualcosa di interessante, ma non all'incanto. Al fascino capriccioso, schivo, fiabesco, sussiegoso, etereo, eccentrico, teatrale di queste sette tracce, una sorta di concept costruito attorno alla natura magica ed effimera della neve. Magica ed effimera come la musica pop, capace di suscitare passioni e smuovere complessi grovigli emotivi, di farsi metafora e sedimento culturale in purezza, di svanire senza colpo ferire o lasciarsi alle spalle una scia di rovine. Canzoni dilatate, oltre nove minuti di media. Un piano calibratissimo ed il drumming in punta di bacchetta sono le frequenze portanti su cui il canto della Bush disegna la sua danza sensuale e accigliata, la calligrafia in levare, come un acquerello giocato sulle trasparenze e sulle sfumature. A partire da Snowflake, appena un baluginare sintetico sullo sfondo e la melodia disvelata a sussulti da quella voce mai tanto capace di suonare fatata e carnale assieme, un rapimento da David Sylvian felpato, certo lirismo balzano Laurie Anderson per questa soggettiva di un fiocco di neve come metafora assoluta di smarrimento sensitivo ed esistenziale.

Quasi un poema sull'inconsistenza, sulla vertigine della transitorietà, che in Misty coglie un altro paradigma bizzarro ma efficace, la passione che letteralmente dissolve l'amante-pupazzo di neve: la calligrafia ritmica jazzy, gli archi a pennellare trasporto sui passaggi più intensi, il palpabile tentativo di definire gli ambiti spaziotemporali come una dimensione espressiva autonoma, riconducibile in qualche modo al solipsismo magnetico degli ultimi Talk Talk se a far loro da muse avessero chiamato Laura Nyro e Beth Gibbons. Discorso analogo – anche se in chiave più dimessa, essenziale e vagamente eniana – nella splendida traccia conclusiva Among Angels. Torna invece a pulsare la vena arty tra ipotesi etno-wave jazzate e futuribili nella title track – l'attore Stephen Fry enuncia i cinquanta nomi o nomignoli della neve mentre la Bush lo esorta sciamanica – e in quella Wild Man che scomoda vampe insidiose Peter Gabriel e persino una bambagia cosmica che diresti floydiana.

A sancire lo stato di grazia c'è una Snowed In At Wheeler Street che vede la padrona di casa duettare assieme ad un sorprendentemente misurato e  grave Elton John: sulla trama evocativa del piano quasi E.S.T. prende vita questa messinscena melò scossa da implicite dinamiche soul, il cui lirismo duttile e senza fronzoli conduce dalle parti di certo languore compassato Scott Walker. Detto questo, per inventiva ed interpretazione forse è Lake Tahoe l'apice del programma, non fosse che per l'espediente di due voci maschili "alte" (soprano e controsoprano) a contrastare e mettere in risalto quella di Kate invece roca, velluto sdrucito nell'incedere jazz soul amniotico, come impastoiato in una narcosi ectoplasmatica (di una ghost-story, per quanto favolistica, si tratta). Poi tutto un gioco di giustapposizioni in dissolvenza, gli archi, il piano, le percussioni, come scenografie emotive rese con modalità pittorica e operistica, costrutto cinematico degno del miglior Michael Nyman.

Con questo disco la cantautrice del Kent si rilancia come formidabile visionaria bislacca, una freak con la maschera borghese, non riconducibile alle consuete categorie pop-rock, volutamente attrice in un ruolo oramai marginale però mai meno che straordinario. Il suo è il mainstream come userebbe sul pianeta delle cose assurde e meravigliose.

28 Novembre 2011
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