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L’ha fatto davvero. Kate Nash ha gettato tutto all’aria. Del resto ci aveva avvertito, sia col nuovo look a mezza via tra Crudelia De Mon e una suicide girl, sia con le dichiarazioni su quanto il terzo album fosse stato ispirato dall’immaginario Riot Grrrl. Ovviamente le avevamo creduto fino ad un certo punto: di colpo di spugna dettato dalla passione per grunge ed alt-rock “rosa” s’era già parlato, pur senza veri e propri riscontri, per il precedente My Best Friend Is You (2010). E invece anche ilDeath Proof EP, la non-album track Under-estimate The Girl e la cover di Cocaine dei Fidlarnon erano soltanto pose posticce.

Scaricata dalla label e dal fidanzato (Ryan Jarman dei Cribs), Kate Nash è scoppiata. È volata a Los Angeles e, basso alla mano, col supporto di una sgangheratissima all-female band (puntualmente battezzata Girl Gang) e il mai celato femminismo che non si tiene più, ha posizionato – questa volta davvero – le adorate Hole e L7 sul piedistallo. A suon di distorsioni, di urlacci e cori simil-Dum Dum Girls (Cherry Pickin), di naturali inflessioni garage (SisterAll Talk) e surf-rock (Death Proof), ha nascosto sotto il tappeto le piano songs in zona Regina Spektor, si è persino scrollata (quasi) del tutto di dosso gli asfissianti paragoni con “la maledetta” Lily Allen. Ha fatto il disco che, in fin dei conti, ha sempre voluto fare. E non le è venuto nemmeno così male.

Girl Talk, è chiaro, lascia in braghe di tela il pubblico d’ordinanza della ex-rossa britannica, ne assottiglia le fila fino allo zoccolo duro – ormai anch’esso, plausibilmente, perlopiù al femminile – che l’ha finanziato via crowdfunding. Non stupisce, insomma, che su Youtube e social network impazzino i commenti sulla falsariga di “I miss the old Kate”. E, per la verità, la Nash di Made Of Bricks (2007) manca anche a noi: gli episodi che più ci convincono sono, non a caso, proprio quelli che mediano con la formula confessionale che ha reso celebre la nostra (OMYGOD!3AM), risultando come più caratteristiche varianti all’odierna, dilagante standardizzazione del revival 90s.

Eppure, in veste di critici a focus indipendente, non possiamo fare a meno di compiacerci per la mossa in ribellione alle logiche di mercato; per quello che è, con ogni probabilità, uno sconsiderato suicidio di carriera. Di più: se una cospicua parte della proposta non è, in fondo, peggio di quanto ci venga regolarmente recapitato dai vari Wavves e Best Coast, allora ci sentiamo persino di incitare Kate al prosieguo dell’autodistruzione. Magari con un prossimo cambio d’abito – ce ne dà un possibile snippet in Rap For Rejection – all’insegna dell’hip-hop “internettiano” à la Kitty Pryde (la Taylor Swift del rap game, quella della virale Okay Cupid). Ci avrebbe – forse – di nuovo tutti dalla sua parte.

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