Recensioni

Per inquadrare al meglio Talk Is Cheap, il primo album solista di Keith Richards, bisogna tornare al 1983, anno in cui esce Undercover dei Rolling Stones. Brani come Too Much Blood, Pretty Beat Up o Undercover Of The Night, compresi in quest’ultimo lavoro, rielaborano una disco-music che sembra rinverdire i fasti di un evergreen del catalogo della band inglese studiato per il dancefloor come Miss You (ma anche di Emotional Rescue), aggiornato alle derive funk-pop del decennio edonista. È Mick Jagger il deus ex machina dietro al progetto e quello più in sintonia con certi suoni; Jagger «la spugna», capace di assorbire gli stimoli che una contemporaneità musicale stilisticamente ad anni luce dal blues su cui gli Stones macinano riff da una vita sa offrirgli. Tra i modelli di riferimento, il Bowie sempre più istrione e pop star, che proprio nel 1983 dà alle stampe un Let’s Dance capace di vendere milioni di copie grazie a un’estetica fatta di batterie pompose, chitarre à la Nile Rodgers e immaginario funk-dance-chic, subito adottata dagli anni ottanta più commerciali.
Ed è vero, non sono gli Stones più ortodossi quelli di Undercover, ma qualcosa di buono viene comunque fuori da quello strano ibrido tra universi agli antipodi (pensiamo ad esempio a tracce come Tie You Up (The Pain Of Love)), anche se Keith Richards in quel momento la pensa diversamente. Ai tempi il chitarrista è furioso con Jagger, colpevole a suo dire di essere troppo preso dal jet set internazionale, troppo voglioso di controllare tutto e tutti, troppo interessato al denaro, troppo impegnato a guardarsi allo specchio, tanto da considerare gli Stones come la sua backing band. È lo stesso Jagger a fare involontariamente terra bruciata attorno a sé: nella sua autobiografia Life, Richards si diverte e non poco a citare i nomignoli che affibbia in quel periodo al frontman per sfotterlo, cose come “Brenda”, Sua Maestà” o “La signora”, tanto per capirci. A soffiare ulteriormente sul fuoco pensa poi il contratto che Jagger firma con CBS per alcuni dischi solisti (negli anni ottanta usciranno She’s The Boss e Primitive Cool, rispettivamente del 1985 e del 1987) senza che nessuno ne sappia nulla. L’intento è chiaro: diventare a tutti gli effetti una popstar, anche se la sua carriera solista si rivelerà non all’altezza delle aspettative commerciali preventivate e delle posizioni in classifica agognate.
Le session di registrazione del successivo album degli Stones, Dirty Work, in programma a Parigi nel 1985, vedono un Jagger concentrato più sugli affari suoi che sulle sorti della band (tanto che per la scrittura di alcuni brani verrà coinvolto anche Ronnie Wood), con i Nostri un po’ allo sbando e il solo Richards a tenere le redini di un album che, pur non facendo urlare al miracolo, ritrova certi smalti rock à la Stones – pensiamo a ottime tracce come One Hit (To The Body), Fight, Hold Back, ad esempio – concedendo qualcosa alle ennesime derive funk-disco jaggeriane (Back To Zero e la cover del brano portato al successo da Bob & Earl, Harlem Shuffle). Le session di Dirty Work vedono vari ospiti (qualcuno dice anche qualche session man a dar man forte…) e tra loro c’è il batterista Steve Jordan, chiamato a sostituire parzialmente un Charlie Watts in quel momento più interessato alla bottiglia e all’eroina, che alla musica.
Citiamo Jordan non a caso, per arrivare finalmente a parlare di Talk Is Cheap: sarà proprio lui a fungere da catalizzatore per il primo disco solista di Richards, co-scrivendo molti dei brani con il diretto interessato e ricoprendo infine il ruolo di co-produttore artistico. La scintilla che fa scoccare in Richards l’idea di pubblicare un disco solista è il rifiuto di Jagger di andare in tour con gli Stones per promuovere Dirty Work, seguìto dalla decisione di fare alcune date live in solitaria (si fa per dire, in realtà con una formazione alternativa al seguito) a sostegno del suo disco solista, durante le quali in scaletta finiscono anche brani della band inglese. Il buon Keef la prende piuttosto bene, arrivando a definire il collega un «disco boy» e persino una «troietta», per poi ricordare quel periodo anni dopo, nel libro According To The Rolling Stones, come «la Terza Guerra Mondiale», o più diplomaticamente «un vuoto nella storia degli Stones». Per registrare Talk Is Cheap Richards si circonda di musicisti che stima ribattezzandoli X-pensive Winos: a parte Jordan alla batteria, c’è Waddy Watchel (Linda Ronstadt, Stevie Nicks) alla chitarra, Charley Drayton (suonerà anche con i B-52 e Paul Simon) al basso, Ivan Neville (collaborerà, tra i tanti, con Bonnie Ratt, Robbie Robertson e gli Spin Doctors) al piano, assieme a tutta una serie di special guest come Chuck Leavell all’organo, l’ex Stones Mick Taylor alla chitarra, i Memphis Horns ai fiati, Patti Scialfa (moglie di Bruce Springsteen) alle voci e molti altri. Più che un disco, un ritrovo tra amici che regala la giusta spinta creativa a un Richards provato dal periodaccio che sta passando con gli Stones, permettendogli di riguadagnare fiducia ed entusiasmo.
Alla fine non parliamo di un album-capolavoro, è vero, ma non possiamo non essere d’accordo con il magazine Guitar World, che ai tempi lo definì ironicamente «il miglior lavoro dei Rolling Stones da 17 anni a questa parte». Energia, sudore, voglia di creare nuove alchimie suonando assieme: tutti ingredienti che si colgono fin dall’inizio della scaletta, tra un funk irresistibile come Big Enough nobilitato dal basso stellare di “Bootsy Collins”, dal sax di Maceo Parker e da un cantato che ricorda i Police, una Take It So Hard che sembra una prova generale per la Mixed Emotions che finirà su Steel Wheels e una Struggle che è un accatastare riff su un groove tiratissimo e una linea vocale vagamente reggae (altra passione del chitarrista degli Stones…). Tutto suona meravigliosamente imperfetto, estemporaneo e sdrucito, ovvero in puro stile Keith Richards e coerente con l’immaginario blues che anima il musicista, ed è la vera fortuna di questo disco, soprattutto se lo si paragona a una produzione solista di Jagger decisamente più laccata e insipida: anche quando si finisce dalle parti di Chuck Berry con I Could You Stood You Up, su una You Don’t Move Me in bilico tra percussioni e una melodia che gira attorno alla Can’t Be Seen anch’essa inclusa in Steel Wheels, o magari tra i fraseggi di chitarra di una How I Wish prototipo inconsapevole della You Got Me Rocking che finirà su Voodoo Lounge, la sensazione è sempre quella di avere per le mani materiale vitale, necessario e certamente divertente. Qualcosa che riprende l’immaginario più classico degli Stones non allontanandosi troppo dal background della band britannica più radicato nella musica nera, come dimostra anche il soul atipico di Rockawhile. Seguirà un tour sold out in piccole locations immortalato nell’album/VHS Live At The Hollywood Palladium, anche se alla fine Talk Is Cheap non scalerà troppo le classifiche di vendita, fermandosi alla 37a posizione in UK e alla 24a in USA. Sturerà tuttavia le tensioni accumulate dai Glimmer Twins fino a quel punto, portando indirettamente a un riavvicinamento tra Richars e Jagger – via Ronnie Wood – che rappresenterà l’appetizer per un disco capolavoro come Steel Wheels e il rilancio della carriera del gruppo tra fine Ottanta e inizio Novanta. Il resto è storia di questi giorni.
La ristampa di Talk Is Cheap uscita il 29 marzo – anticipata dall’inedito Big Town Playboy, un blues tutto sommato piuttosto canonico – per festeggire il trentennale di un disco originariamente pubblicato nel 1988, è disponibile sia come semplice rimasterizzazione dell’album in formato CD o vinile (la versione che abbiamo utilizzato per questa recensione), sia come un deluxe box ricchissimo di contenuti, sia come doppio CD con materiale aggiuntivo.
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