Recensioni

<p>“<em>Il cinema è un laboratorio di vita, vi si trova di tutto, i
rapporti di produzione, gli odi, gli amori, i rapporti figli-genitori e
padroni-operai…”</em>. Sono le parole di <strong>Jean-Luc Godard</strong>,
del lontano 1980. Parole che non hanno perso niente della loro forza, e
che rimangono lì, come una piattaforma ideale su cui costruire ancora
il cinema. Ken Loach deve aver tenuto in conto una visione del genere.
In fondo, i suoi film non fanno altro che esplorare e allargare il
campo di indagine indicato da Godard. Perché i tempi cambiano, le cose
si complicano, gli schemi saltano, e le strutture sociali sono meno
stabili, più fluide, disarticolate. Viviamo in una Modernità Liquida,
direbbe il sociologo Zygmunt Bauman: una fase storica attraversata,
costantemente, dallo sciame inquieto dei consumatori e dalla miseria
degli esclusi. </p>
<p>Al solito, lo sguardo di Loach riserva la
sua attenzione agli ultimi, agli emarginati, ed il suo cinema non perde
colpi nel vivisezionare la realtà. La macchina da presa, per il
regista, sarebbe un oggetto inservibile se non avesse il potere di
restituire un ordine alla realtà, di costruire il senso delle cose,
nonostante tutto impazzi veloce e niente risulti chiaro. Ed il suo
ultimo lavoro, infatti, continua a rischiarare le pieghe oscure in cui
si è infilata la nostra Storia. </p>
<p> <strong><em>In questo mondo libero…</em></strong>è un piccolo compendio delle grandi mutazioni sociali. Guardi lì
dentro, nel disegno in miniatura del mondo occidentale, e sbuca fuori
la <em>contemporaneità</em>. Le ondate di immigrazione risucchiate dal
mercato nero del lavoro. Il cambiamento del neo-capitalismo che non
produce più oggetti, ma servizi e relazioni. La flessibilità del lavoro
diventata trappola e <em>precarietà</em> – una parola molto di moda
oggi, logorata al punto da apparire cava, e che qui riacquista spessore
e disperazione reale. La difficoltà, per gli esseri umani, di superare
i confini del proprio Io e stringere relazioni, farle durare nel tempo.</p>
<p>E la bellezza di questo film, più che nella sua qualità visiva, risiede nella potenza della sua scrittura: tutte le <em>contraddizioni</em> del nostro tempo sono ricucite sul corpo e la storia di Angie – una perfetta <strong>Kierston Wareing</strong>.
Una donna sfruttata che per fuoriuscire dalle sabbie mobili della sua
condizione decide di sfruttare a sua volta. Una donna che da classico
oggetto di dominio diventa il soggetto che esercita il potere. Potere
che non fa sconti, e che si rivolta contro se le proprie azioni sono
guidate solo dall’istinto predatorio e non dall’etica. </p>
<p> Ed è questa la cosa interessante: nel <em>mondo libero</em>di Loach, gli occidentali hanno la doppia dimensione di sfruttati e
sfruttatori, allo stesso tempo. Così potrebbero riconoscersi negli
emarginati, condividerne le difficoltà, divenire parte di un insieme
più ampio. Ma ciò non avviene, o capita di rado. È infinitamente più
semplice varcare la linea e mutarsi in sfruttatori. È infinitamente più
complicato capire che il destino degli Altri – qualunque esso sia –
coincide con il nostro futuro. </p>
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