• Ott
    14
    2014

Album

Woodsist

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Undici mesi, tanto abbiamo dovuto aspettare per avere tra le mani il successore di Harlem River, piccola gemma d’esordio del chitarrista del Texas Kevin Morby, meglio conosciuto fino ad allora per aver dato vita insieme alla Vivian Girl Cassie Ramone ai Babies e per aver vestito, a partire dal 2009, i panni di bassista nei ben più noti Woods. Le undici tracce che formavano il debutto di Morby rappresentavano a tutti gli effetti una lettera romantica per la città che lo aveva adottato: quella New York dalla quale, a un mese preciso dall’uscita di Harlem River, la leggenda Lou Reed si congedava. Non facile quindi per Still Life dover far fronte a un predecessore praticamente perfetto nella sostanza e che, come se non bastasse, si avvolgeva in quella nostalgia che si respirava per i sobborghi della Grande Mela. E invece il disco riesce ad andare oltre, confermando il talento cristallino del riccioluto chitarrista e sottolineando che Harlem River di fatto rappresentava solo un punto di partenza.

Annunciate dall’apripista The Jester, the Tramp & the Acrobat, brano che si prende l’onere di tirare le somme del precedente lavoro, le rotonde The Ballad of Arlo Jones (dylaniana non solo nel titolo) e Motors Running (dalle chitarre e dagli organi tintinnanti) gettano le basi per quello che a un primo impatto sembra essere il tentativo di spingere il suono morbido e dilatato di Harlem River in un vortice di chitarre dal passo molto più andante e sostenuto. E invece di lì a poco l’atmosfera si farà prima offuscata (Drowning), spettrale (gli arpeggi di Bloodsucker accompagnano l’ascoltatore alle porte degli inferi) e psicotica (la stordita Dancer è il risultato dei mesi trascorsi da Morby sulla costa ovest del paese) per poi ri-stabilizzarsi in quel mare di suoni vellutati in cui si tuffano la magnifica Parade (ballata alla Bill Fay in cui Morby, nelle parti di sax, rende omaggio a Lou Reed), le confortevoli ballate All of My Life e Our Moon (la prima risente molto da vicino dell’influenza di Kurt Vile) e la dylaniana – periodo Blood on the TracksAmen.

Still Life suggella quello che per il sottoscritto era stato il disco in assoluto più bello dello scorso 2013. E lo fa restando ben ancorato alla tradizione musicale a stelle e strisce, ma allo stesso tempo rivisitandola in chiave moderna. Non è un caso se il nome di Kevin Morby molto spesso finisce per essere accostato a quello di un certo Dylan.

6 Novembre 2014
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