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7.5

Quando anche pilastri del giornalismo musicale come The Wire spendono parole al miele e si spellano le mani per il tuo disco, puoi star certo che qualcosa di veramente grosso l’hai combinato. Raffaele Costantino, voce storica di uno dei pochissimi e ultimi baluardi di musica di qualità sulla radio italiana (uno è naturalmente MusicalBox, l’altro è Battiti) e in arte Khalab, forse sapeva già in fase di scrittura che Black Noise 2084 sarebbe stato un ottimo disco. Dj impeccabile tecnicamente e producer fuori categoria, Khalab riesce in Black Noise 2084 a raccontare l’Africa più nera, affidandosi oltre che alle sue doti, ai musicisti che in questo momento stanno tracciando le più interessanti rotte del jazz contemporaneo: quelli della scena inglese.

Occasione per buttarsi dentro i suoni del continente africano, un invito arrivato direttamente dall’archivio del museo Reale dell’Africa Centrale di Bruxelles: una sterminata collezione di field recordings, testimonianza sonora di quei popoli oppressi e soggiogati sotto il regno di Leopoldo II del Belgio, su cui Khalab è riuscito a costruire pattern solidi e ritmiche ipnotiche e terrificanti per forza. Alla base di tutto questo progetto, il messaggio politico della title track, un componimento di Tenesha The Wordsmith. Monito a non farsi stordire dai suoni assordanti, dalle facili punchlines e dal twerking selvaggio, quello della poetessa di San Francisco è un avvertimento a non abbassare mai la guardia, a spalancare bene le orecchie e ricominciare veramente a “sentire”, visto che non siamo riusciti a sentire nemmeno il suono delle catene che hanno messo ai nostri piedi. Se al messaggio aggiungi la potenza sonora di Khalab e gli interventi di gente come Shabaka Hutchings (in Dense in cui il suo fraseggio si incontra con il groove di Tommaso Cappellato), Moses Boyd (la conclusiva Dawn), Clap! Clap! (l’afrobeat in salsa partenopea di Cannavaro) o il sax di Tamar Osborn (Bafia, che con il suo incedere sembra uscita dritta da un disco di The Comet is Coming), il gioco è bello che fatto.

Un’altra carta vincente dell’ultimo lavoro di Khalab, è la sua immediatezza: aiutato dalla sua snella durata (siamo sotto i trentacinque minuti), Black Noise 2084 facilita l’ascoltatore a tornare più e più volte sul disco senza stancarlo mai, ma stimolandolo a premere ripetutamente sul tasto play. Un flusso sonoro cangiante, una Babilonia di sinestesie che ubriacano ma che, volta dopo volta e ascolto dopo ascolto, apre nuovi scenari e nuove chiavi di interpretazione. Tra i migliori lavori dell’anno.

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