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7.4

Certi luoghi comuni sono duri a morire. Ad esempio, impossibile pensare al Texas e alla sua tradizione musicale senza che si parino davanti inevitabilmente visioni di cowboy country & western, sanguigni bluesmen alla Stevie Ray Vaughan o, nel peggiore dei casi, i Pantera. Insomma, un po’ il contrario di quella che si potrebbe considerare una scena musicale multiculturalmente ricca. Ma la realtà, come sempre succede, è ben diversa. A sfatare questo cliché da qualche anno a questa parte pensano anche i Khruangbin, terzetto di Houston che con questo nuovo Mordechai arriva alla terza prova in formato longplayer, e di sicuro alla più importante e decisiva della propria carriera.

Diventati in pochissimo tempo beniamini di media come di colleghi musicisti tra i più influenti – dal rapper Jay Z alla jam band statunitense Phish – i texani hanno fin dall’inizio affascinato per l’originalità di un sound che è proprio il frutto delle svariate, e per certi versi decisamente esoteriche, influenze musicali alle quali sono stati esposti all’interno del melting-pot etnico e culturale dalla loro città d’origine. Dal gospel, l’r’n’b e il soul con il quale si sono fatti le ossa il chitarrista Mark Speer ed il batterista e tastierista Donald “DJ” Johnson, al reggae, principale influenza per le linee di basso sinuose segno distintivo di Laura Lee Ochoa, che della band è anche vocalist. Ed è proprio la prevalenza di brani cantati, e di conseguenza una maggiore propensione per la forma canzone più tradizionalmente intesa, che costituisce la principale novità di questo riuscito album.

Chi li ha conosciuti grazie ai curiosi ed allo stesso tempo affascinanti brani strumentali contenuti nei primi singoli e dei due album The Universe Smiles Upon You e Con Todo El Mundo – sorprendente crogiolo di suggestioni musicali provenienti dai quattro angoli del mondo e dalle epoche più disparate – potrà rimanere spiazziato dall’immediatezza dei primi tre singoli, tutti arricchiti dalla voce della Ochoa ed accompagnati da altrettanti ingegnosi video. La disco dub stralunata di Time (You and I) – che metabolizza la lezione delle ESG e dei Tom Tom Club restituendola in tutta la sua freschezza – ha rotto il ghiaccio, So We Won’t Forget offre una delle loro più belle e sentite melodie, mentre la rumba contagiosissima di Pelota onora le radici latino-americane della stessa Laura Lee.

Ad eccezione di Father Bird, Mother Bird, i seguenti brani vedono tutti, in una forma o l’altra, la presenza delle voci del terzetto trasmettendo subito un senso di sensibilità ed immediatezza pop e di maggiore messa a fuoco dell’impianto generale dell’album nel suo complesso. Anche i testi sembrano seguire una sorta filo conduttore, alla ricerca attraverso la riscoperta e l’accettazione dell’essenzialità della condizione umana, di un senso più vero da dare all’esistenza, in bilico tra memoria e l’importanza di conservarla, e irrefrenabile desiderio di scoperta, e la gioia che lo stupore che ne consegue porta con sé. Il tutto espresso comunque attraverso immagini poetiche molto semplici, mantra e ritornelli quasi infantili che ben si accostano alle pulsanti ritmiche ed alle raffinate filigrane chitarristiche.

Come si è già scritto, Mordechai è un disco importante per i Khruangbin ma, grazie al suo tempismo, lo è anche per l’annata musicale in corso. In un momento storico in cui il pop e il rock per come li conosciamo vengono messi in discussione a partire dalle fondamenta, la band ne sta riscrivendo le regole in maniera quasi inconsapevole, candida, avendo fatto tabula rasa delle convenzioni di genere, senza proclami o rivolte di facciata, ma partendo dall’idea stessa di musica popolare e dei suoi confini. Per molti probabilmente stiamo trattando di piacevoli strumentali chill out, dalle atmosfere inspiegabilmente esotiche; dietro la facciata, a guardare bene, si nasconde un intero universo.

A inizio recensione si parlava di luoghi comuni, di cliché duri a morire. I Khruangbin, per il solo fatto di esistere, ne stanno mettendo in discussione alcuni. Sono una formazione democraticamente orizzontale, mista, multietnica e multilingue, impossibile da catalogare stilisticamente se non riferendola di ritorno a sé stessa, al processo di metabolizzazione di generi che incorpora ed interiorizza con gusto, eleganza e sensibilità melodica infallibili. La stessa idea del virtuosismo chitarristico, dello strumento che in fin dei conti costituisce la parte predominante dell’impianto sonoro del terzetto, viene scardinata dalla figura di Mike Speer, che come un giovane Johnny Marr con il volto in parte celato da barba ed una vistosissima ed improbabile parrucca, cancella ogni connotazione machista tipiche della figura del guitar hero più classico per adottare – senza ostentazioni – una nuovo vocabolario, estremamente composito, colto e sofisticato.

Mordechai è un disco molto ben riuscito, sia ben chiaro, e come tale merita di essere consumato ed amato, ma si ha la piacevole, stuzzicante sensazione che stia a rappresentare solo la punta di un iceberg creativo che i Khruangbin sono potenzialmente in grado di portare alla luce. La band tornerà ad essere attiva sui palchi di mezzo mondo a partire dall’estate del prossimo anno, e c’è da esser certi che è proprio in versione live – quella che più gli si addice – che queste nuove canzoni brilleranno ancora più luminose. Ad maiora semper!

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