• Nov
    06
    2015

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Totally Gross National Product

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Nati come un quartetto poi ridotto a duo, i Kill The Vultures tornano a ben sei anni di distanza dal precedente Ecce Beast. Tanto il tempo servito a raccogliere e maturare le idee prima di aggiungere un ulteriore tassello a una discografia sempre molto ragionata che non ha conosciuto sin qui episodi minori. Certo, il livore alternative che alimentava l’omonimo, spiazzante esordio è andato via via trasformandosi in qualcosa di diverso, più quadrato per certi versi, ma non per questo meno degno di nota. Carnelian, di cui ad aprile Tannen Records pubblicherà anche un’edizione limitata in vinile, riprende il ricettacolo hip hop dal flow lento e cadenzato, combattivo e militante, e lo spalma sul tappeto musicale da sempre preferito dai due, fatto di avant jazz, musiche d’avanguardia e le più svariate declinazioni post. A differenza degli episodi precedenti, stavolta però il connubio scorre in maniera meno naturale e più ragionata, artificialmente ricostruita. La formazione di Minneapolis ha preferito sostituire i campionamenti jazz con beat appositamente composti ad hoc attraverso archi, ottoni, percussioni, pianoforte, e il risultato è probabilmente il lavoro più rifinito e meglio prodotto della formazione.

L’invettiva onirica sorretta dai fiati solenni di Shake Your Bones è una dichiarazione d’intenti cui fa seguito l’arabeggiante Topsoil, che sembra determinata nel fare da eco a certe sperimentazioni Anticon. In The River i ritmi rallentano, non i toni, quelli rimangono forti e decisi: «Nightfall despite y’all / invite all the servants / Hello operator won’t you kindly call me Lazarus». La marcia in più dei Nostri rimane l’estrema versatilità sonora, la capacità di costruire basi angolari in grado di adattarsi a un groove viscerale ed eccentrico: ne sono l’ennesimo esempio Vandal, Smoke in The Temple o Crown, in cui le atmosfere virano forti verso tonalità più tenebrose ed occulte, o ancora God’s Jewelry in cui è la varietà percussiva ad acquisire una posizione centrale. Coins On The Open Eyes e Don’t Bring The Devil Out fotografano un’epifania free jazz su cui il rap incessante ribadisce ancora una volta quella perfetta osmosi reazionaria di suoni e parole.

Pur non variando nelle argomentazioni trattate (crimine, razzismo, giochi di potere e soprusi), le soluzioni del gruppo mutano per consegnarsi all’ascoltatore come un percorso ricco di variazioni sul tema e al contempo oscuro e irto di ostacoli. Un lavoro a cui bisogna concedersi, disturbante e per certi versi difficile, ma che suona per larghi tratti come il miglior disco di sempre dei Kill The Vultures. D’altronde, come dicono i Nostri nel finale della conclusiva Amnesia: «Hands up, face down, you know the procedure».

19 Marzo 2016
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