Recensioni

6.8

Averlo visto al Primavera Sound del 2006 pitturato come un Kiss dimenarsi come un vecchio animale da palcoscenico non mi ha certo colpito positivamente. Tutto quel grandguignolismo a base di horror e pose grottesche non era proprio il massimo anzi, pareva una regressione bella e buona dei presupposti post-punk dai quali il festival barcellonese era partito. Del resto, non vi era dubbio che lo spettacolo di Jaz Coleman e dei suoi compagni di un tempo Killing Joke aveva qualcosa di perversamente attrattivo. Youth, il produttore e bassista, Geordie Walker con i ritrovati riff granitici – spesso raddoppiati da tastieroni messianici – formulavano un mix mutante, nu metallico e assieme synth-etico con il quale finivi per fraternizzare. Absolute Dissent lo ripropone in studio con nuovi brani che sembrano una risposta goth-wave all'ultimo Klaxons o una versione malata del gospel-soul dei Depeche Mode (tirati in ballo nel singolo European Super State).

Con quella lama di dramma e farsa, evo hard rock e sintetiche nu metal, i vecchi KJ, orfani del bassista Paul Raven (deceduto nel 2007) e tornati in formazione originale, suonano sempre truzzi e beceri trovando un viatico nella contemporaneità macinando sapientemente l'abecedario di riferimenti storici di cui sono capaci: bassi cadaverici Big Black, sincopi Melvins (This World Hell), persino pose Motorhead (End Game) e un tantino di romanticismo asciutto di casa Sheffield (Honour The Fire) condito di citazionismi Pil (Ghosts On Ladbroke Grove su basi dub).

Coleman e compagni mostrano di saper rielaborare idee e influenze proprio come fecero gli Wire di Send, dei quali recuperano la monoliticità; rivendicano l'evo barbaro che venne prima dei Muse ricordando a Bellamy e co. che sono i coglioni e la tecnologia l'unico binomio possibile. Nella loro brutalità calcolata, non c'è che dar loro ragione.

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