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Il nuovo lavoro di Kim Ki-Duk, girato in velocità per essere pronto a Cannes, dà ragione a quanti vedevano nell’ultimo corso del regista coreano, sempre più rarefatto e simbolico, il segno di una possibile involuzione verso il manierismo autoriale. L’Arcoè un film che riprende quasi tutti i topoi dell’autore, ma manca il bersaglio sistematicamente, evitando di sviluppare in profondità le fin troppe metafore che produce.

La storia del vecchio pescatore, che accudisce una bambina dall’età di sei anni per poi sposarla al compimento della maggiore età, fa ovviamente scivolare lo sguardo su una storia che si lega al tanfo della pedofilia, tema in qualche modo già affrontato inSamaria. Del resto la protagonista è la stessa, la splendida Han Yeo-reum che conuna serie di sguardi e sorrisi complici, intriga tutti gli avventori del peschereccio perso nel mezzo del mare. I riferimenti spaziali sono quelli tipici di Kim Ki-Duk: un isolamento forzato che ci estrania dal resto del mondo (L’isola e Primavera, estate, autunno…) e ci chiude nel nostro individualismo. I gesti, i pensieri e le azioni si caricano allora di significati e diventano archetipi, come nel pagano (e un po’ ridicolo) rituale finale. 

Il problema è che queste metafore sono le stesse di sempre e l’autore coreano le aveva sviscerate a più riprese con ben altro ardore. Lo stesso dicasi del simbolico arco, strumento, al tempo stesso, di offesa e melodia, nonché unico mezzo di comunicazione tra il vecchio idealista e il resto del mondo. In Ferro 3erano stati sufficienti una mazza da golf e un pugno di case vuote per mettere in scena il blocco della comunicazione e la chiusura in se stessi.

Speriamo che L’Arco rimanga un episodio isolato in una filmografia che fino ad ora non aveva avuto nessun segno di stanca e cedimento.

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