Recensioni

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Vi ricordate di quando i King Gizzard & the Lizard Wizard ci promisero che avrebbero pubblicato non uno, non due, ma ben CINQUE album in un anno? Beh, a quanto pare, i sette stregoni di Melbourne sembrano fare sul serio: dopo Flying Microtonal Banana, i Nostri danno alle stampe questo Murder of the Universe, aggiungendo così un ulteriore tassello al loro già complesso percorso musicale. Il disco è, innanzitutto, lo specchio di una scelta senza dubbio rischiosa, a suo modo furba, da parte della band: a monte dei sensazionalismi o dell’entusiasmo (giustamente) condiviso circa il suo operato, certe azzardate dinamiche discografiche possono rivelarsi autentiche trappole ai fini della riuscita del prodotto finale, in primis, nuocendo alla freschezza compositiva dell’opera.

«Nello spazio, nessuno può sentirti urlare», recitava la tagline di una celebre pellicola: ed è proprio da lì che parte l’epopea di Murder of the Universe, da uno spazio profondo in cui i Gizzard urlano (e scalpitano, e fremono sugli strumenti, e svalvolano con gli amplificatori), e si sentono eccome. Le premesse erano allettanti già a partire dal titolo, che pareva ricollegare quest’ennesimo capitolo discografico a un immaginario e, ipoteticamente, a un sound che rievocasse gli alfieri dello space rock Hawkwind (verso i quali la venerazione mostrata dai sette australiani è tutt’altro che un mistero); ciò che in realtà ci troviamo di fronte è il proverbiale mattone che cade in testa, una space opera delirante ed oscura, suddivisa in tre macro-movimenti – The Tale of the Altered Beast (tracce 1-9), The Lord of Lightening vs. the Balrog (tracce 10-15) e il “singolo” Han-Tyumi and the Murder of the Universe (tracce 15-21) – indipendenti tra loro, che aggiungono narrazione ed epica alla bizzarra cosmogonia che permea i testi allucinati di Stu Mackenzie (a metà tra William Burroughs, Douglas Adams e qualche puntata di He-Man e i Dominatori dell’Universo – Masters of the Universe, appunto).

Ciò che Murder of the Universe cela, in fondo, non è che una riproposizione pressoché fedele di quanto proposto in album come I’m in Your Mind Fuzz (2014) o l’acclamato Nonagon Infinity dello scorso anno: frenetiche garage jams iper-sature e a rotta di collo, accelerazioni sonore da autodromo e ritmi anfetaminici, il solito canovaccio, questa volta condito da una voce narrante a “legare” le storie tra loro, cercando di dare uno scampolo di credibilità a una storia che altrimenti sarebbe soltanto un pretesto per ripescare pari-pari alcuni passaggi da episodi pregressi (il riff di People Vultures, da Nonagon Infinity, riemerge all’inizio del secondo “movimento”, più altri pattern sonori presenti in I’m in Your Mind Fuzz spuntano qua e là per tutta la durata dell’album). Forse è il terzo passaggio della storia quello che tenta di stupire di più: gli spasmi robotici di Digital Black sono incisivi e dritti al punto, e tutta la parte conclusiva in cui a farla da padrona è la dronica voce del personaggio Han-Tyumi (un robot che, in un trip di auto-coscienza, accetta la sua natura di essere artificiale e poi rinnega se stesso, deflagrando nel cosmo) è francamente molto intensa e suggestiva. Ma manca qualcosa, appunto, ed è quel qualcosa che trovavamo nel “metodo orientale” (o filosofia del kebab, o chiamatela un po’ come vi pare) che era un po’ il leitmotiv di FMB.

Il ruolo di “affascinanti sperimentatori”, come li definivamo pochi mesi fa all’uscita di FMB, sembra porsi in contrasto con una personalità recondita e viscerale, da casinari votati al culto del fuzz e dell’acufene, che pare far cambiare i Nostri da Jekyll a Hyde appena il corso della luna fa uno strano giro; per la legge dei grandi numeri, il terzo dei loro cinque album del 2017 potrebbe tornare sul viatico che volge ad Oriente, o spostarsi verso chissà dove: li aspettiamo di nuovo al varco, con grande curiosità e la consueta stima e venerazione.

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