Recensioni

7.3

Quando nel novembre del 2016 i King Gizzard & the Lizard Wizard annunciarono che avrebbero pubblicato ben cinque album nel corso di tutto il 2017, in molti si lasciarono abbindolare dal tono semiserio e vagamente canzonatorio del demiurgo/leader/arcistregone Stu Mackenzie, derubricando tutta la papabile operazione a semplice burla, un mero capriccio di sette assurdi individui che però a lungo andare hanno dimostrato di calarsi sempre meglio in quella sorta di caos controllato e repentini sfoghi sonori che costituiscono l’essenza, il pistillo della loro discografia – tutto va registrato e metodicamente catalogato, sia il prodotto di questo delirio bulimico un gagliardo volo pindarico nel free jazz o un bagno galvanico di decibel impazziti e vibrazioni elettriche.

E così, la terza sfida di Re Gizzard in questo pentathlon che sa tanto di mitologia erculea si consuma tra le mura scalcinate di un vecchio studio discografico sito a Brunswick East – un sobborgo di Melbourne che più che gli outbacks e i deserti oceanici rievoca le (anch’esse) desertiche distese di cemento e palazzoni in rovina dei ghetti detroitiani – in cui i magnifici sette hanno accolto gli svolazzanti deliri post-sbornia del newyorchese Alexander Brettin, sicuramente non un clochard o un raccattato dell’ultima ora, bensì etereo menestrello slacker che si cela dietro al monicker di Mild High Club, una sorta di Beck dal bubblegum brain diviso tra le lascivie pianistiche di Donald Fagen, sbilenche atmosfere da piano bar e sfocatezze psych-lo-fi alla Ariel Pink. In un perverso e lynchiano (visto che è periodo) gioco di sliding doors che annullano il tempo e lo spazio, appena Brettin mette mezza suola di Converse erosa e bucherellata, il decadente e muffoso studiolo di Brunswick East muta in un affumicato lounge bar frequentato da scatole parlanti, alligatori detective e ragni bipedi: in quest’immaginario fumoso, ebete ed alcolico che sembra partorito da un sogno bagnato di Robert Crumb, gli sketches del titolo prendono forma e vengono inevitabilmente messi a rapporto e registrati, one-take e senza soluzione di continuità, dai sempre meticolosi cortigiani di Re Gizzard; in questo caso il mago non è la Lucertola bensì Brettin, capace di fornire ancora più spessore ed ebbra scelleratezza (o pacata inquietudine, all’uopo) alle visioni lisergiche e fulminanti di Mackenzie, tenendone a freno l’incontenibile irruenza.

La ricetta della cherry pie allucinatoria di Sketches… consiste tanto nel solito calderone fumigante di spezie microtonali e percussioni da beduini thug del precedente Flying Microtonal Banana (D-Day, The Book) e nelle consuete fughe jazzistiche e pseudo funk (A Journey to (s)Hell), accentuate dal tocco sopraffino di Brettin (The Spider and Me, Dusk to Dawn on Lygon Street), quanto negli echeggianti field hauntology recordings dei sonnolenti waltz midtempo tanto di moda nelle sale del Mild High Club (Rolling Stoned, Tezeda) – altro che reggaeton. È così che questo estemporaneo rituale (talmente estemporaneo da sembrare quasi incompleto) getta un ponte tra i due obliqui e surreali immaginari, creando una comfort zone carrolliana in cui le lucertole e il buon Alex giocano indisturbati, fornendoci però, quasi inconsciamente, una delle caramelline più interessanti da gustare in questa seconda metà di anno. Mancano comunque altre due fatiche, e la creatura compirà la sua folle, romantica ed utopica missione.

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