• Apr
    26
    2019

Album

Flightless

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Un famoso detto recita: “chi troppo vuole nulla stringe”. Forse è un modo di dire che si è perso un passaggio, lost in translation nell’esperanto del mondo civilizzato. Peccato perché darebbe qualche delucidazione e una buona imbeccata per la via giusta a sette ragazzi australiani, forse un po’ troppo brillanti e irrequieti per la sonnecchiosa fauna del rock‘n roll dell’era dei social. Eppure, c’era un periodo in cui i King Gizzard erano fighi da morire. Un periodo in cui ogni loro nuova uscita era attesa con la stessa ansia, se non con un’ansia maggiore, da un già nutrito manipolo di seguaci, e ognuna di esse rispondeva a un ulteriore, spettacolare, suicida, folle carpiato. In cui da ogni solco sgorgava lava e sciroppo ai frutti di bosco, super hoffman e olio motore, in cui ogni brano si evolveva via via in una chimera a tre teste, una girandola caleidoscopica da lasciare a bocca aperta anche il più arido e disincantato dinosauro.

Poi passano gli anni (pochi, a dire il vero), i dischi si fanno sempre più prevedibili e sempre di più, punto. E i Nostri si riproducono con voracità, in mille salse, varianti, manicaretti assortiti, con una mania quasi spasmodica, una fregola da eroinomani in astinenza da giorni. Tanti, troppi, persino quella famosa cinquina in un anno, condita da una miriade di live a giro per il globo. Si capisce che questi qua, oltre che per dovere del mestiere, ci prendono gusto. E credetemi, non c’è cosa più soddisfacente e bella, anche per un ascoltatore, che vedere dei giovani musicisti che si divertono come matti facendo ciò che fanno. E capisco pure la loro ragione sociale: in Australia, o ci s’inventa il tempo libero, o si muore, come ebbe a dire un famoso colono che ivi pose le proprie fondamenta. Un luogo magico, paradisiaco, non c’è che dire: un luogo in cui, però, le attività sono ben poche, tantomeno i “felloni” con cui condividerle – ci sono più canguri che cristiani su quell’isolone, stima contata e approvata. E allora i Nostri, con grande spirito collaborativo, mettono a segno il loro tredicesimo album in poco più di sette anni di ufficiale attività discografica, e dove ti giri ti giri, ‘sta roba qua suona sempre la stessa – lo stesso boogie palloso, lo stesso blues, la stessa pera pseudo-speed metal, ancora boogie, ancora le palle che si gonfiano in una forma violacea, inquietante, in suppurazione.

Solo che, nella visione gotica, greve e tragica di un homo europaeus, l’artista per riuscire bene nel suo arduo compito, deve soffrire: patire, pathos, l’etimo è quello. Compatire, tutt’al più. Perché capisco il paradiso, le vaste pianure, le vegetazioni brulle e sconfinate, i buffi bipedi dalla lunga coda, le birre sgasate, tutto: però, cari Gizzard, un po’ di compassione per le nostre povere orecchie non riuscite proprio a cavarla dalle vostre anime inquiete?

30 Aprile 2019
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