Recensioni
Thee Oh Sees
King Gizzard & the Lizard Wizard
Face Stabber
Infest The Rats’ Nest
-
Tommaso Bonaiuti
- 26 Agosto 2019


Oltre alla instancabile vena creativa e alla patologica e disperata necessità di irrorare costantemente il mercato discografico con uscite su uscite, paiono esserci molti fattori in comune tra i King Gizzard e gli Oh Sees: un’inscalfibile etica del lavoro, una solida reputazione dal vivo, un gusto per l’estetica pop molto forte, fanbase agguerrite, un approccio, se vogliamo, ombelicale e diretto verso la materia sonora, esplorata però con diversi metodi dalle due entità in gioco.
Nel momento in cui esce il quindicesimo album dei Gizzard in circa sette anni, John Dwyer ha dismesso i panni del giamburrasca del garage, votandosi ad un approccio empirico e casuale: gli acidi effluvi del progetto Damaged Bug hanno mutato Dwyer in una specie di Joe Meek della Bay Area, mentre la vena sempre più free-form portata avanti coi Thee Oh Sees ha plasmato la metodologia in un qualcosa che ricorda molto i Can, o il Miles Davis di On the Corner. Le lucertole, d’altro canto, sembrano in una fase in cui ogni genere può essere accuratamente classificato, meticolosamente studiato e infine, perfettamente replicato. Sembra che i sette australiani stiano affrontando l’epopea del rock un sottogenere alla volta, ma quando è stato il momento del boogie abbiamo ballato ben poco: lo scialbo e spompato Fishing for Fishies non ha solo lasciato una leggera delusione, ma anche la sensazione che i Gizzard stessero cercando di porre istericamente la bandierina su ogni avamposto, contraddicendo sostanzialmente la loro fama di sperimentatori e jammofili accaniti, e palesando una certa stanchezza nella scelta di soluzioni che potessero dare una vera scossa al loro percorso musicale.
Se ormai non stupisce più il fatto che il singolo di lancio del loro album duri più di venti minuti, i Thee Oh Sees di Face Stabber avranno finalmente modo di mettere in luce il fiuto nel cogliere il centro di ciò che viene messo su ore e ore di nastro, condensato poi nell’ora e venti finale dell’Lp. L’album è la prova più adamantina, imprevedibile, tecnicamente elaborata e stilisticamente efficace dell’ultimo lustro di carriera. La band sembra smorzare la furia cieca e distruttibile del precedente LP, uscito dopo un solo giro attorno al Sole, esattamente un anno fa di questi tempi, abbracciando invece una sorta di rilassatezza nel trasformare ogni groove in un tunnel sonico, in uno slalom costante e ondulato, privo di paletti. Da qui in poi, sembra che a Dwyer possa essere possibile tutto, nell’esplorazione dei suoni e delle dinamiche ritmiche, nella convergenza tra un processo di stesura più analitico e uno più estemporaneo che vi si sovrappone. Le potenzialità sono, a questo punto, tutt’altro che limitate.
Infest the Rats’ Nest pare essere l’album dei Gizzard più anticipato e gonfiato di aspettative da tempo: rispetto ai precedenti, l’impressione è che vi si dovesse in qualche modo, e prima o poi, arrivare; è dal famigerato e celebratissimo Nonagon Infinity che la band gioca col concetto di speed e thrash metal, inserendo piccole parti veloci e colmi di pentatoniche. Se prima tutto questo si inseriva tra le lunghe suite in silenzio, o come piccolo omaggio alla figura di Lemmy, uno dei santini della band a detta del leader Stu MacKenzie, da qualche tempo i Gizzard iniziano a jammare on stage seguendo quel canovaccio e quei ritmi. Poi, addirittura prima dell’uscita di Fishies, escono i video dei primi singoli di quella che sarà la vera uscita del 2019 per loro, caratterizzati da un’estetica che richiama molto il mondo post-apocalittico (e 100% aussie, non a caso) di Mad Max. Un bel connubio ottenuto però automaticamente, come se i Motorhead avessero sempre rievocato quel tipo di immaginario: se la somma degli elementi è così succosa, allora l’album sarà una discreta bomba.
Il concept (che non a caso parla di post atomico) pone in realtà le basi per una riflessione sulle criticità climatiche che il pianeta sta affrontando, e analizza le conseguenze in prospettiva, condendo la narrazione di crudeltà, immaginario gore e grottesco. Se lo scetticismo risiede però nell’approccio oltremodo analitico di cui sopra, poco spontaneo, l’album suona invece come un perfetto LP metal da manuale, e soprattutto lascia evincere un minimo di spirito combattivo ed euforia, che le molli impro boogie sicuramente non riuscivano a evocare. Adesso, sembra davvero che le due band abbiano ripreso il timone e la rotta giusta nei propri percorsi, e che vogliano riprendersi lo scettro di re folli e rivoluzionari delle sei corde.
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