• Set
    20
    2019

Album

Snowdonia

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Una cosa balza immediatamente all’occhio-orecchio non appena si schiaccia il tasto play al nuovo album dei casertani Klippa Kloppa, ed è la qualità dei testi. Mariella Capobianco, che ne è l’autrice e anche la cantante, forse non lo sa (o forse sì), ma è riuscita ad imbastire un metodo di scrittura (libero-associativo, freudiano, post-moderno, ma al contempo anche evocativo e poetico) degno del miglior Carlo Emilio Gadda, che nei suoi romanzi e nei suoi testi teorici parlava della realtà come «gomitolo indistricabile di relazioni». Ecco, quel gomitolo di relazioni, interiori ed esteriori, personali e sociali, fisiche e metafisiche, è un po’ l’asso della manica di questo fresco di stampa Liberty, degno seguito di un’opera altrettanto geniale dal titolo El Pais Encantado.

E ora passiamo alle 10 canzoni del disco, suonate e composte da Mariano Calazzo, Simone Caputo, Marco Di Gennaro, Mariella Capobianco e Nicola Mazzocca. La prima a far sfracelli, secondo il sottoscritto, è Bach: il pezzo scioglie il summenzionato gomitolo gaddiano e scopre le segrete relazioni che uniscono gli uni agli altri: a) I fiori di Bach; b) Il compositore barocco Johann Sebastian Bach; c) il medico gallese Edward Bach (che individuò ben 38 piante, inclusi i famigerati fiori suoi omonimi, i cui estratti opportunamente preparati erano in grado di riequilibrare emotivamente e procurare un miglioramento delle condizioni di salute dei pazienti, fino alla loro completa guarigione). Occhio però: il testo non parla di scienza, o di musica, o di fiori. Parla invece di una donna, la cui voce interiore dà voce all’intreccio di possibilità (linguistiche-semantico-ontologiche) che riecheggiano nella parola Bach.

E poi c’è la musica: percussiva ma, allo stesso tempo, aggressiva e meditabonda, che riecheggia certo prog italiano che fu e allo stesso tempo lo rigetta. Cinghiali, l’opener del disco, è invece un numero chitarristico vincente e dalla melodia appiccicosa. Alla fine del lato A del disco (sì, c’è anche un vinile di Liberty, è bene che lo sappiate) si posiziona la strumentale Blast, che non ha nulla da invidiare, per potenza ed evocatività, ai migliori Dinosaur Jr post-reunion. E poi ci sono: Alla fine della giostra (un carillon sognante e trainante, che è qualcosa a metà fra il country-rock degli America e certe cose di Max Gazzè), Cotidie (un recital gozzanesco esistenzial-grottesco, che è un altro dei capolavori associativi della Capobianco), Il velo di Omero (altro pezzo chitarristico allo stesso tempo esagitato e cogitabondo) e Incido sull’atmosfera (un trip-hop all’italiana che, grazie al sapiente uso dell’elettronica, e ad un ritornello ancora una volta azzeccato, vola davvero oltre il velo dell’atmosfera).

Chiudono in bellezza la prova dei veterani Klippa Kloppa (che ormai sono in giro da qualche decennio, e che meriterebbero a tutti gli effetti di fare il cosiddetto “salto di qualità”), i 7 minuti e 19 secondi di Un mondo migliore, che veleggiano ancora in un mondo (immaginario, ma allo stesso concretissimo) al quale si accede attraverso un invisibile crocicchio fra humor bislacco ed esistenzialismo improbabile (ma efficacissimo). Nonostante il tono medio dell’opera sia umorale, e addirittura umbratile, Liberty lascia a fine ascolto la sensazione di trovarsi di fronte ad un Oggetto Non Identificato stracarico di energia e creatività. Detto in altre parole: un capolavoro.

10 Settembre 2019
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