Recensioni

Non è una biografia. Non troverete in queste pagine l’analisi della discografia di Vic Chesnutt, valutazioni in merito alla forma, ai riferimenti stilistici, al senso della sua musica nel tempo in cui è stata pubblicata. Non è, insomma, un saggio critico. È più un memoir, se vogliamo. Ma, soprattutto, è una lettera di addio. Di quelle che non hanno più riguardo, che hanno la consapevolezza dell’inutilità, ormai, delle conseguenze. E che quindi somigliano a confessioni. Ecco: Kristin Hersh in questo libro confessa Vic Chesnutt al mondo. Il suo Vic Chesnutt, ovviamente. Quello che ha vissuto negli anni di frequentazione, anche stretta, intima come possono esserlo due colleghi che dividono un tour.
Non fa sconti, la leader dei Throwing Muses, alla vita in tour: alberghi economici, club e teatri fatiscenti, cibo spazzatura, aree di servizio dove sembrano radunarsi i detriti della civiltà. Detriti e tanta inadeguatezza, tonnellate di inadeguatezza. E la sensazione di recitare un ruolo precario in un mondo tenuto in piedi dal desiderio potente ma indefinito del pubblico. Vite sospese, quelle dei musicisti in tour, vite intermittenti, spente per la maggior parte del tempo e accese per un paio d’ore sotto riflettori che annullano quello che sei davvero, consegnandoti a un pubblico che ti definisce secondo le sue aspettative, secondo il bisogno di coprire la distanza tra desiderio e realtà. Questa cronaca di logorio quotidiano è il substrato necessario in cui avviene il tentativo di tracciare un ritratto del cantautore di Athens, un’impresa difficile che la Hersh affronta grazie a una penna davvero felice, capace di affondare e cambiare inquadratura con grazia, con una lucidità a tratti spietata.
Chi era Vic Chesnutt? Da quanto emerge in queste pagine, era una ferita che non faceva nulla per cicatrizzarsi, oppure il tessuto cicatriziale di una ferita che continuava a infettarsi dal di dentro. E che nella musica trovava uno sfogo, un mezzo per spurgare quel dolore di cui l’incidente d’auto che lo rese disabile a diciannove anni non era stato, in realtà, la causa, ma l’innesco che lo aveva fatto affiorare, rendendo crudelmente simili corpo e anima. Un corpo sopraffatto da un’energia distruttiva eppure vitale: in uno dei passaggi più sconcertanti del libro, la Hersh riporta che da un punto di vista medico le condizioni di Chesnutt avrebbero dovuto obbligarlo a un’infermità pressoché totale, dalla lingua in giù. Invece, Vic, oltrepassava ogni giorno questa impossibilità, questo dolore. Il suo suonare furibondo (anche la quiete nelle sue canzoni ha qualcosa di infernale), lo strappo verticale della voce, il dipanarsi magmatico delle canzoni: nelle pagine di Non fare stronzate, non morire troviamo ciò che sta dietro e dentro a tutto questo, alcuni moventi tra i molti possibili, assieme al senso di demolizione progressiva che lo ha condotto infine a un abbandono senza ritorno.
L’indagine – è un’indagine, la memoria? – procede a strappi, srotolando sequenze che si aprono e chiudono bruscamente, strattonate da dialoghi aspri all’interno di un dialogo più ampio, quello che la Hersh rivolge a Chesnutt (a cui si rivolge al presente e in seconda persona) quasi a sottolineare la persistenza della sua voce assieme al suo insostenibile – irreversibile – silenzio. Più o meno a metà del libro, viene riportata l’intervista di un innominato giornalista a Vic e Kristin, in un bar di Ann-Arbor. Mi sembra il caso di riportare uno stralcio (dove “Io” è la Hersh, “Tu” è ovviamente Chesnutt) perché illumina sullo strano rapporto tra Kristin e Vic, quel modo che ha lei di spalleggiarlo sempre ma anche di provare a farsi elemento di mediazione tra lui e il mondo:
Giornalista: “Parliamo di ispirazione”
Tu: “Non esiste nulla del genere”
Giornalista: “Veramente?”
Io: “Nulla del genere che si possa misurare, intende dire”
Giornalista: “Interessante”
Tu: “Ogni canzone è un orgasmo”
Giornalista: “Spiega”
Tu: “L’ho appena fatto”
Giornalista: “Spiega meglio”
Tu: “Le canzoni sono degli inconvenienti, delle mutazioni”
Giornalista: “Kristin, sei d’accordo?”
Io: “Non ho proprio idea di che cosa sia una canzone”
(…)
Giornalista: “Com’è possibile che tu non sappia cos’è una canzone?”
Io: “Le canzoni sono, tutto qui. Io non le creo”
Tu: “Solo i musicisti che fanno cacare inventano le canzoni”
Altrove, la Hersh racconta di un Chesnutt che all’improvviso ricava da episodi apparentemente inessenziali versi e strofe, come se la membrana che separa vita e musica, il vivere e lo scrivere (il suo vivere e il suo scrivere), fosse continuamente sul punto di dissolversi, o comunque estremamente porosa, cedevole. Sembra quasi che l’essere musicista di Chesnutt assolvesse continuamente la sua riluttanza nei confronti della vita, che procedesse in equilibrio costantemente precario su un ghiaccio sottile. Come se quel sarcasmo, il cinismo, il gusto per le battute sprezzanti, fosserro uno schermo per celare gli affetti che non voleva (non poteva permettersi di) mostrare. Se non nelle sue canzoni.
È quindi un libro che parla di musica prima della musica, di tutto ciò che rende vero, vivo, vibrante l’ascolto di un repertorio oltre il dominio del mestiere, della professionalità. Ma se un’opera del genere funziona non è tanto per ciò che contiene ma per come racconta, per la qualità e la determinazione della scrittura. Vedi come in uno degli episodi narrativamente più impressionanti la Hersh sa riprodurre in poche pennellate l’angoscia per la sorte del marito, oppure la genialità bislacca di Howe Gelb, o più in generale il crepuscolo intriso di squallore del fare musica al tempo della crisi di tutto un sistema, per non dire di come riesce a tratteggiare tutta una serie di personaggi marginali (l’albergatore a cui manca un pezzo di cranio, il tecnico delle luci dal pesante accento british…) eppure indimenticabili.
Ben vengano memoir del genere. Cazzo, se ne abbiamo bisogno.
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