Recensioni

Ci siamo un po’ dimenticati, colpevolmente, di una cantautrice come Kristin Hersh. Senza i riflettori e i peana riservati ad altri reduci della sua generazione, la leader delle Throwing Muses in questi ultimi anni è tornata – ma forse dovremmo dire è rimasta – attiva e prolifica come non mai; è ancora alla guida della sua vecchia band, come ci dimostra l’album Purgatory/Paradise uscito nel 2013 (il primo dopo un decennio di silenzio del gruppo che insieme a Pixies e Dinosaur Jr è stato l’avanguardia della scena indie rock di Boston), tiene in piedi a suon di mini LP i 50 Foot Wave (l’ultimo EP, Bath White, è di pochi mesi fa), ha pubblicato tre libri (un’autobiografia, un testo per bambini, e un libro dedicato a Vic Chesnutt) e si è ritagliata evidentemente una nuova misura espressiva tenendo conto che, dopo il suo Crooked del 2010 e l’ultimo LP dei Throwing Muses, Wyatt at the Coyote Palace, è la sua terza opera a uscire nel formato del libro più CD. Ora, non basta la sola iperattività a giustificare l’attenzione, ma sono più che sufficienti le qualità di questo disco.
Registrato dalla sola cantautrice, che ha suonato tutti gli strumenti (Steve Helm produce, mentre il fido Dave Narcizo, drummer dei Throwing Muses, si è limitato, pare, al progetto grafico), Wyatt at the Coyote Palace dovrebbe essere in teoria un concept album. Se di concept si tratta, non lo è nella maniera più usuale, ma in una piuttosto obliqua e impressionistica. Sfido a trovare tracce dello sfondo a tema (un episodio che ha coinvolto il figlio della Hersh, Wyatt, durante le registrazioni: il ragazzino, che soffre di autismo, si era incuriosito perché un palazzo disabitato di fronte allo studio di registrazione in Rhode Island era abitato da alcuni coyote) tra il flusso di coscienza e lo “psichedelico” indiretto libero (più libero che indiretto, per la verità) che legano i testi delle canzoni e gli altri scritti che compongono il libro (per chi ha il pallino della cucina, c’è pure una ricetta di un gazpacho un po’ particolare…).
A rispecchiare come un prisma questa qualità visionaria dei testi sono le forme di una scrittura musicale avvincente, che segue percorsi tortuosamente unici, sempre mossa e mai prevedibile nonostante nasca dalla combinazione più usata e abusata: voce e chitarra acustica. Hersh parte dalla forma più canonica del cantautorato, quella della ballad acustica, ma per lavorarla in modo straniante e stridente, seviziarla quasi, quando si tratta di comporre come di arrangiare i pezzi in studio; è così che tira fuori canzoni che si contorcono in maniera spettacolare come Detox, che non stanno ferme un attimo o cambiano faccia con uno scatto, un taglio netto, passando ex abrupto da un’introduzione pacata a un levitante crescendo per liberare un cuore epico (Bubble Net o In Stitches). La musica quindi, in bilico tra anti folk, alt country, noise, psichedelia e fendenti rock, colpisce ben al di là del progetto ambizioso a cavallo tra cantautorato e letteratura; il segno di un’artista che ha ancora molto più da dire di tanti presunti o presunte eredi – che poi in verità non ha mai avuto.
Kristin Hersh sembra scrivere sotto pressione in una sorta di trance nervosa, che in alcune di queste canzoni (non in tutte, altrimenti saremmo stati di fronte davvero a un capolavoro) si trasforma in stato di grazia. Che ci ricorda perché ci eravamo levati il cappello davanti a dischi come Hips and Makers e ci fa chiudere un occhio su qualche piccolo eccesso che pure rende questo disco un’opera meravigliosamente fuori misura.
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