Recensioni

7.3

1995, un titolo che rivela già di per sé la natura del contenuto dell’album che va a denominare. Come rivelato nel 2014, nel corso di un intervista concessa dal duo Kruder & Dorfmeister al magazine tedesco Groove, il loro tanto atteso e mitizzato album d’esordio esisteva già prima ancora che la loro carriera prendesse definitivamente piede con l’uscita dell’EP G-Stoned, registrato tra il 1993 ed il 1995 appunto e stampato in 10 copie, regalato ad una manciata di amici fidati e poi semplicemente archiviato. Finito poi nel dimenticatoio del tempo, il materiale in esso contenuto è stato di recente riscoperto dai due produttori austriaci tra innumerevoli altre cassette DAT lasciate a prendere polvere nel loro studio, e ripulito ed impacchettato arriva ora finalmente sul mercato. Un trionfo della teoria dell’impiego del minimo sforzo per ottenere il massimo rendimento. Che è un po anche il metodo che i due hanno impiegato durante tutta la loro carriera.

Una manovra commercial-discografica che più tipicamente in stile K&D non si può. Ancora una volta il lento passare del tempo che governa il loro mondo ha la meglio sul tempo del mondo del resto di noi comuni mortali. Anche per questo, il disco è da vedere come una vera e propria capsula temporale perfettamente conservata che riporta l’ascoltatore nel bel mezzo dei 90s. Ed è proprio in questo che risiede il suo fascino. Un’epoca, quella in cui il trip hop diluiva la sua sostanza più scura, ruvida, sperimentale ed impermeabile ai compromessi per mezzo di elementi stilistici provenienti dalla musica brasiliana, dalla musica medio orientale, ma anche dal folk e dal pop, per arrendersi e diventare più sofisticato, vellutato ed allo stesso tempo commercialmente più valido, prendendo l’appellativo più generalistico di “downtempo”, ma anche un periodo in cui la drum & bass diventava musica da ballare sempre più popolare. Tutti questi cambiamenti stilistici sono riconoscibili nel loro divenire nelle dieci tracce contenute in questo album.

Se l’album si apre con il singolo Johnson ed il suo ipnotico e riconoscibilissimo sample, è quasi per ribadire ancora una volta l’attaccamento del duo – ridotto a manierismo secondo l’opinione dei loro detrattori – alla tradizione del blues, del jazz ma anche del rock (titolo provvisorio del disco, a quanto si vociferava ai tempi “Pink Floyd”), mostrando come da parte loro non ci sia mai stato il tentativo di rompere con il passato (come molta musica destinata ai club ha sempre cercato e cerca di fare), ma al contrario riutilizzando e rileggendo secondo la propria prospettiva e la propria personalissima visone estetica. Brani come Love Hope Change, Swallowed The Moon e Don Gil Dub confermano anche il loro amore per la bossa nova mentre la lunga e composita One Break è testimonianza dei primi loro esperimenti con le ritmiche a doppia velocità della D&B. E non mancano strizzatine ironicamente complici nel loro più tipico stile, come in Dope, King Size o In Bed with K&D, seguito ideale della loro Original Bedroom Rockers, ammiccamenti che servivano a ribadire con orgoglio il loro status di “produttori da camera da letto”, perennemente stonati e lontani per tecnica e mentalità dal mondo degli studi di registrazione d’alto bordo. Ad eccezione della traccia intitolata Ambiente, e comparsa in precedenza con il titolo di Ayjay, qui si tratta di materiale di fatto completamente inedito, al contrario dei sospetti ed illazioni che ne hanno preceduto la release.

A conti fatti un disco piacevolissimo che nulla toglie e poco aggiunge alla celebrata reputazione di K&D, anche se una cosa si nota subito: mancano – un po’ per forza di cose, un po’ per una vera questione di principio – i sample vocali che hanno reso remix come Useless dei Depeche Mode, Trans Fatty Acid dei Lamb, Rollin’ On Chrome della agguerrita posse viennese degli Aphrodelics o Bug Powder Dust di Bomb The Bass così contagiosi ed indimenticabili, vere e proprie hit loro malgrado e contenuti nel best seller The K&D Sessions™. Ma d’altra parte, proprio quei remix sono da vedere come una sorta di punto d’arrivo, i traguardi d’eccellenza, “the next level”, 1995 ne è un po il prequel, in gran parte strumentale, lento, profondissimo e notturno, il punto di partenza, la prova generale, il futuro in divenire.

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