Recensioni

Un lungo ohm che viene dalle viscere è il modo migliore per presentare il quinto capitolo di KTL. E non solo perché la prima traccia (Phill 1) è realmente così, un drone meditativo che sembra sprigionare dal synth di un curandero. È tanto azzeccato perché prende le distanze dal metal / noise comunque occhieggiato dai primi quattro episodi della saga di O’Malley e Rehberg. E perché ci introduce al tipo di avanguardia a cui i due hanno realmente guardato per V. Quell’ohm diventa grandioso (e potrebbe figurare nel catalogo Zeitkratzer) nella versione 2, co-composta con l’islandese Jóhann Jóhannsson. Ma soprattutto si divincola ed esplicita in un lavoro di studio maniacale, fatto di ricerca dei timbri e di un minimalismo mai tanto lontano dal rock e mai tanto vicino allo stress acustico dell’harsh-noise (Study A).
L’ottimo livello di qualità della ricerca sonora di Stephen e Peter non è una novità. E sapere che i due hanno ponderato con tempi più lunghi del solito il nuovo disco – e lavorato in due templi come l’EMS di Stoccolma e il GRM di Parigi – non poteva che amplificare l’aspettativa. Di fatto, abbiamo di fronte il punto più alto della loro collaborazione, e a un ascolto da appuntarsi, da prendere con cura e concentrazione, almeno nei primi secondi del trip. Il resto verrà con il trasporto garantito dall’esito della ricerca dei due, che, pregio raro ma inequivocabilmente qualità di KTL, non è mai esterna alla corporeità più massiccia della musica, pur in scenari di raffinatezza inediti. Chiude la meditazione un fuori-campo: l’accompagnamento sonoro a una installazione di Gisèle Vienne, tenuta in climax costante dallo spoken teatrale di Jonathan Capdevielle. Un ritorno all’inquietudine dell’umanità, dopo averci assordato con l’astrazione.
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