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Meir è il secondo album dei Kvelertak, sestetto norvegese che per questo lavoro si è fatto aiutare da nomi grossi del mondo metal sia in fase di produzione (dietro il mixer c’è Kurt Ballou dei Converge), sia nella realizzazione dell’artwork, affidata a John Baizley dei Baroness.

Premesse allettanti dunque, che in linea di massima non vengono deluse. L’idea dei Kvelertak è quella di intrecciare partiture black metal (probabilmente in questo senso va anche intesa la scelta di rimanere fedeli all’idioma nazionale con testi solo in norvegese) e un certo hard rock anni ’70 ben riassumibile in due parole, Thin e Lizzy. I sei ci danno dentro specie nella prima metà della scaletta, quando trovano un giusto equilibrio suonando pestati e rock senza tralasciare una certo dose di divertimento AC/DC. Poi, con lo scorrere dei brani, il canone hard rock prende il sopravvento e l’attenzione inizia a scemare.

Non che sbaglino qualcosa, i Kvelertak, perché i riff ci sono e il cerchio quadra sempre; solo il gioco non varia e si perde in certa misura quel senso di attualità che persiste invece nelle prime sei-sette tracce, trasformando così Meir in un’uscita irrinunciabile per i fan dell’hard 70s ma un po’ meno eccitante per tutte le altre tipologie di ascoltatori.

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