Recensioni

Ripetersi, si sa, è più difficile che rivelarsi. Ripetersi senza scadere nei clichè, però, è impresa titanica e degna di esperti slalomisti abili nell’evitare ogni ostacolo. Ed esperti, i romani La Batteria lo sono davvero, non fosse altro perchè si sono costituiti in band quando tutti e quattro avevano già superato la soglia dei quarant’anni e perchè tutti provenivano da precedenti arruolamenti nei campi musicali più disparati, seppur sempre di nicchia.
I clichè, dicevamo. Sarebbe stato facile per il gruppo capitolino, dopo lo splendido esordio lungo datato 2015, seguire la scia e ripetersi con un’altra dozzina di pezzi che richiamassero quel disco nato quasi per caso, solleticando la fantasia mista a feticismo di un pubblico – sempre minoritario, per quanto appassionato – che avrebbe sicuramente gradito. E invece no. I quattro evitano di farsi ingabbiare nell’etichetta di retromani, quelli del revival delle colonne sonore all’italiana e delle musiche da cinema di genere, e aprono mente, corpo e spirito a soluzioni nuove e impreviste. Lo stile è sempre riconoscibilissimo, con quel melodrammatico misto prog/funk/jazz/fusion a base di Moog, tastiere e wah-wah declinato in chiave cinematica e con le sempiterne pietre angolari rappresentate dai grandi compositori italiani di soundtrack (Morricone, Alessandroni, Cipriani, Mariano, ecc.), ma è anche arricchito da nuovi elementi riecheggianti addirittura italo-disco e chillout. Gli anni passati insieme hanno arricchito il bagaglio dei quattro, hanno permesso loro di conoscersi meglio, di farsi più gruppo, benchè le mutue frequentazioni risalissero a molti anni addietro, e hanno fatto sì che lo spettro di soluzioni risultasse più ampio.
La Batteria II è, per così dire, contro natura – nel senso umanista che dava all’accezione Ungaretti – e va contro lo standard odierno che impone agli artisti lavori brevi e di immediata fruibilità. Diciotto brani, per 66 minuti e rotti di durata sono probabilmente quanto di più lontano dalla logica spotifyzzante dei nostri giorni. Di carne al fuoco ce n’è davvero tanta, e non è un male, basta masticare molto i bocconi e deglutirli lentamente per non mandare in tilt l’apparato digestivo. L’allargamento del ventaglio sonoro è percepibile un po’ ovunque, sia in singoli brani specifici che in generale, dal momento che più o meno in ogni pezzo ricorrono almeno un paio di elementi “disrupting” – contro natura, appunto – che nessuno si aspetterebbe di trovarci. È questo mescolare vecchio e nuovo a colpire, la capacità di valorizzare il passato con approccio attuale. Brani come Largo e Dogma, in questo senso, sono piccoli gioielli, così come il dolcissimo e malinconico omaggio contenuto in Monica Vitti. Ma anche Moviola, che sembra – ma non ricalca – la sigla di uno di quei vecchi programmi sportivi che si vedevano alla TV negli anni 70 e 80, tipo Gran Prix o Domenica Sprint (anche se, come hanno confessato loro stessi, ci sono state perlomeno altre due fonti d’ispirazione per questo pezzo: la sigla della vecchia striscia Rai Lunedìfilm, cantata da Lucio Dalla insieme agli Stadio, e quella del programma d’attualità Mixer, ad opera del gruppo fusion brasiliano degli Azimuth). Ad ogni modo la chiave è sempre quella di spazzare via l’idea – che a dire il vero potrebbe maturare solo in chi si approccia a loro in modo distratto e superficiale – di essere dei vecchi tromboni nostalgici, proponendo un’offerta musicale aperta, inclusiva, di livello e dai mille rivoli.
E se da un lato, come detto, non si rinnegano le certezze, dall’altro ci si affida agli umori, alle maree, forti di una coesione di gruppo oramai consolidata e con brani maggiormente “di flusso” come Spirale, Furfante Amedeo, Megalopoli, Eldorado e soprattutto Diva, pezzo nel quale all’elemento ritmico, al lato “folle”, caustico, improvvisato, sessuale, fa da contraltare un piglio discreet da Spa o da sala d’attesa. Attesa che – pare – non sarà lunghissima per quanto riguarda ulteriore materiale inedito targato La Batteria: la band ha infatti in cantiere un EP di remix da pubblicare a breve e la colonna sonora di un film horror italiano datato 2017, che dovrebbe vedere la luce sempre quest’anno. La quantità porta qualità, del resto, e non è un azzardo sostenere che, insieme ai Calibro 35, Emanuele Bultrini, Paolo Pecorelli, Stefano Vicarelli e David Nerattini siano oggi la realtà migliore nel campo dell’alternative-rock strumentale italiano.
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