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7.5

Il titolo è La Crus, l’anno il 1995: in copertina un muro scrostato che sembra fare il verso a quello universalmente noto del Beggars Banquet dei Rolling Stones. Nessuna analogia con la band britannica dal punto di vista del suono, certo, ma la consapevolezza che dietro a quella foto si celi qualcosa di meravigliosamente “ai margini”, quella, sì. Anche perché a dar vita al progetto pensano tre agitatori ben noti della scena milanese di fine Ottanta-inizio Novanta: Cesare Malfatti, il The Carnival Of Fools Mauro Ermanno Giovanardi e il ghost-writer – non parteciperà mai attivamente alle uscite pubbliche del gruppo, sarà invece fondamentale in fase di scrittura – Alessandro Cremonesi. Non bastasse questo, tra i crediti spiccano i nomi di Manuel Agnelli, Paolo Mauri, Stefano “Edda” Rampoldi, Luca Accardi (Ritmo Tribale), Alessio Manna (Casino Royale) e Giacomo Spazio, tanto per sottolineare la centralità della band in un contesto musicale cittadino in procinto di farsi punto di riferimento per tutto il Paese.

Materia scura ma affascinante quella propagandata dalle tredici tracce in scaletta. Una mescolanza di elettronica e canzone d’autore che azzarda una via di mezzo tra i due linguaggi riuscendo a nobilitare soprattutto il secondo. Il tutto riallacciandosi a una tradizione autoctona messa un po’ in soffitta da quei Novanta italiani frutto del germoglio post-punk e in procinto di farsi grunge/hip hop/elettronica, con due cover che hanno la valenza di un manifesto programmatico: la prima è Il Vino di Piero Ciampi, qui trasformata in un folk soffertissimo e dagli aromi vagamente mariachi; la seconda è la Angela di Luigi Tenco, tradotta in un blues desertico da un’armonica a bocca misantropica. Manifesto, appunto, nonché anticipazione di un percorso quasi obbligato verso la riscoperta delle radici della canzone d’autore nostrana che culminerà nel Crocevia del 2001.

A indirizzare l’immaginario del gruppo è soprattutto la biografia di un Mauro Ermanno Giovanardi traviato dallo stesso spleen decadente e letterario che nei Sessanta animava i Doors, nei Settanta infuocava Patti Smith (galeotto, per il nostro, fu il concerto del 1979 a Bologna della musicista americana) e negli Ottanta diventa un incubo nelle mani di Nick Cave. Quest’ultimo principale ispiratore – via Birthday Party – dei seminali e defunti The Carnival Of Fools, apprendistato per un “Giò” che in La Crus ha ormai metabolizzato la sbornia per gli idoli giovanili confezionando una Loverman personalissima con Nera signora e spruzzando di Sud America il valzer malato di The Carny ne La Giostra. «Il gruppo era nato come una specie di sfida, un tentativo di far convivere il nostro background di Nick Cave, Tom Waits e quant’altro con la miglior canzone italiana, ma applicando la metodologia musicale dell’hip hop». La strada poi si biforca, toccando da un lato quell’elettronica tanto cara a Malfatti (le circolarità claustrofobiche versante Bristol di Natura morta, Buco di Pietra e del reading Tarab, gli aromi tribali di Dov’è finito Dio ), dall’altro lo Hugo Race jazzato e alcolico (altro punto di riferimento di Giovanardi) di Notti bianche

Il disco incassa tutti i premi che contano nel mondo del cantautorato – Targa tenco, Premio Ciampi – e fa dei La Crus una scommessa vinta per l’etichetta che li pubblica. Il successivo Dentro me è Warner che interviene con i suoi potenti mezzi: l’età adulta degli archi e della pulizia formale che prende il sopravvento sugli spigoli e i dubbi della giovinezza. E’ il battito regolarizzato – e, c’è da dire, potente – di un linguaggio dai caratteri specifici (il trip hop finalmente ben presente, gli ottoni in sordina, la canzone d’autore a tutto tondo) e ormai riconoscibili. In poche parole, il termine di paragone al cui cospetto La Crus rimane un prototipo dalla lucidità impressionante.

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